Guareschi: uno scrittore cristiano – Paolo Gulisano

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Giovannino Guareschi è certamente un grande scrittore, e nonostante la peculiarità dell’ambientazione delle sue storie, ricche degli umori e dei sapori padani della sua terra, è scrittore di respiro mondiale, apprezzato e compreso come pochissimi altri nostri autori. Questo valore è incredibilmente stato sempre negato dalla critica ufficiale.

Guareschi non fu soltanto uno scrittore popolare, o uno scrittore umorista, o un giornalista battagliero e anticonformista: fu anzitutto uno scrittore cristiano. Ebbe modo di esplicitare chiaramente il suo pensiero in un editoriale del settimanale Candido del 7 Dicembre 1947, dove scrive: “Noi non apparteniamo a nessun ismo. Abbiamo un’idea, sì, ma non finisce in ismo. La cosa è molto semplice: per noi esistono al mondo due idee in lotta: l’idea cristiana e l’idea anticristiana. Noi siamo per l’idea cristiana e siamo perciò con tutti coloro che la perseguono e soltanto fino a quando la perseguono. Quando, a nostro modesto avviso, qualcuno si distacca da questo principio, chiunque sia (fosse anche il nostro parroco) noi diventiamo automaticamente suoi avversari. (…) La nostra strada è dritta e su di essa camminiamo tranquilli. Alla fine, magari, ci troveremo con sei lettori in tutto”.

In realtà la sua ferma coerenza gli valse centinaia di migliaia di lettori ed estimatori. Gli valse anche tante difficoltà, tante ostilità, tanti nemici. Un destino inevitabile: se un cristiano non è straniero alla mentalità dominante significa che è servo del potere del momento, di uno dei tanti dèi tirannici che opprimono l’uomo, sia esso l’Imperatore o lo Stato o il Partito o la Classe o la Razza o la Scienza o il Progresso o il Denaro. Guareschi era un uomo libero, la cui coscienza rispondeva anzitutto al Padreterno. Un cristiano che non faceva mistero della propria identità. Ritroviamo questa volontà di battersi per le ragioni della fede in uno dei suoi più significativi personaggi, don Camillo, un prete di campagna che si occupa delle vicende quotidiane della sua gente, ma allo stesso tempo pensa in grande, e sogna una civiltà cristiana. È un uomo che vuole la giustizia, badando soprattutto alle persone semplici e povere, e per questo ideale lavora indefessamente, senza utopismi astratti.

Cercando di sradicare il male della menzogna nel campo

avversario, ma anche confermando nella fede, anche con le maniere forti, quelli che dovrebbero essere “dalla sua parte”.

Nei racconti di Mondo Piccolo non c’è alcuna visione manichea, perché per il cristianesimo autentico non ci sono buoni e cattivi, gli uni da una parte e gli altri da un’altra. Esistono il bene e il male, che combattono nel cuore di ogni uomo. Per questo in Guareschi l’avversario non è mai criminalizzato.

Lo si capisce bene leggendo i dialoghi tra Peppone e don Camillo. Sebbene l’autore non li ponga sullo stesso piano, don Camillo non criminalizza Peppone, lo aiuta semmai a riconoscere il proprio errore e a continuare a sperare.

In un’intervista del ’98 Alberto Guareschi, figlio di Giovannino, aveva dichiarato: «Mio padre, pur essendo anticomunista, amava Peppone perché era una persona onesta che credeva in quello che faceva. Lui ha sempre rispettato chi perseguiva un ideale. Criticava invece aspramente il partito che monopolizzava le coscienze». Peppone e don Camillo, e sopra di loro il Crocefisso, parlano direttamente alla nostra coscienza. Per questo possono anche disturbare. Infatti alle critiche (con termine eufemistico) che da sempre gli giungevano da parte dei comunisti, si aggiunsero le prese di distanza anche di alcuni moderati, che mettevano in dubbio l’”ortodossia “ di Guareschi; perché il ‘cattivo prete’ Don Camillo se la intendeva col “bolscevico” Peppone? Il presunto anticomunista Guareschi propugnava forse un abbraccio coi comunisti?

La simpatia e l’affetto che Guareschi nutriva (e suscitava nei lettori) per Peppone e la sua banda di comunisti rurali,

non prescindevano da una motivata e intransigente opposizione al comunismo, a quelle teorie politiche che si erano tradotte in una prassi di azione spietata, disumana, assassina e menzognera, nell’Europa orientale come in Italia. Quella che invece Guareschi sottolinea nei suoi racconti è la Misericordia di Dio, che non è mai negata a nessuno nel corso dei numerosi episodi di Mondo Piccolo, sia che venga manifestata dal Crocifisso, sia che venga praticata -ringhiando a denti stretti- dal Sindaco o dal Parroco.

Tutto l’insieme dei racconti di Giovannino può essere letto dunque come una catechesi.

C’è il concetto profondo di provvidenza in base al quale il Dio cristiano interviene nella storia, la guida, ne può cambiare il corso perché ascolta le nostre preghiere. E’ un Dio che si occupa anche delle faccende più minute, come può essere l’elezione di un sindaco di un piccolo paese della Bassa. A Lui non interessa l’entità dei nostri gesti, ma l’intenzione e l’intenzione può manifestarsi in tutte le nostre azioni, anche in quelle più banali.
C’è il concetto di grazia. A don Camillo, che protesta per l’aiuto concesso a Peppone, che pretenderebbe che Peppone fosse perfetto, il Crocifisso ricorda che i doni dello Spirito Santo sono distribuiti in tempi e modi misteriosi. Un giorno anche lui comprenderà tutto quello che oggi non comprende perché non conosce la verità, in quanto non tutti hanno la stessa possibilità d’incontrarla. Sa bene Guareschi che la fede è una grazia e che solo Dio conosce quanti talenti abbiamo ricevuto e quale uso ne abbiamo fatto, quindi solo Lui può esprimere giudizi. Per questo lo sguardo dello scrittore della Bassa sui suoi simili è sempre così ricco di umanità e di misericordia.

Le storie di Guareschi dunque esprimono contenuti ben più profondi ed articolati di quelli di un racconto umoristico, pur attraverso un modello letterario semplice da leggere e comprendere ma non meno importante ed educativo.

Si potrebbe dire che Guareschi abbia rivitalizzato un genere letterario antichissimo, quello della parabola.

Questo termine, che ci richiama alla mente in primo luogo i Vangeli, indica in effetti un tipo di racconto breve il cui scopo è spiegare un concetto difficile con uno più semplice, o dare un insegnamento morale. Etimologicamente deriva dal latino parabola (confronto, similitudine), che a sua volta proveniva dal greco parabolé (confronto, allegoria). Lo specifico del genere della parabola è che introduce un esempio che vuole illuminare la realtà specificata, con un unico punto di contatto tra l’immagine e la realtà.

I racconti di Guareschi possiedono la straordinaria capacità di donare a chi legge un po’ di serenità e di speranza cristiana, come testimoniò don Onorio Canepa, un sacerdote genovese che fu compagno di prigionia di Giovannino nei lager nazisti: “In quei giorni sventurati seppe fare più lui da solo per dieci, ventimila e più internati, che tutti noi sessantaquattro cappellani messi insieme…” Davanti all’angoscia di chi vedeva il mondo cadergli addosso, di chi lamentava che tutto era finito, morto, Guareschi affermava: no, non tutto. Dio non è morto. Lontano sia dal pessimismo cupo che dall’ottimismo stolido, la sua posizione era quella del realismo cristiano, conscio del dramma che scaturisce dalla presenza del male e del peccato nel mondo, ma certo della speranza che Cristo ha vinto, che non è morto, poiché è risorto. Con una semplicità assolutamente priva di retorica, che gli faceva scrivere, sul “Candido” degli anni ’50: “No, non termino dicendo:Dio è con me. Concludo esprimendo l’ardente speranza di essere io con Dio!”

 

Paolo Gulisano

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