Vita, morte e miracoli letterari di Giovannino Guareschi – Alessandro Gnocchi

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Poi, d’improvviso, Giovannino Guareschi morì: 1908-1968, come si scrive nelle schede biografiche perbene. Sessant’anni durante i quali non si era concesso un momento di riposo. Era divenuto lo scrittore italiano più conosciuto nel mondo. Aveva raccolto lungo la riva del Grande Fiume gente di paese come don Camillo, Peppone, l’altra mercanzia della Bassa e li aveva resi universali assieme al Cristo crocifisso dell’altare maggiore nella saga di Mondo piccolo. Aveva trasformato moglie, figli, governante e nipoti in personaggi indimenticabili con le storie del Corrierino delle famiglie. Con il settimanale “Candido”, era stato l’inventore di un giornalismo che impastava nel suo genio esplosivo cronaca, storia, satira e politica. Durante la seconda guerra mondiale, aveva patito per due anni nei lager tedeschi uscendone più vivo di quando vi era entrato. Alle elezioni del 1948, rischiando la pelle salvata in campo di concentramento, aveva lasciato la sua impronta indelebile sulla sconfitta del Fronte Popolare socialcomunista, che non gliel’avrebbe mai perdonata. Tra il 1954 e il 1955 era stato nelle galere italiane per aver attaccato Alcide De Gasperi, e questa non gliel’avrebbero mai perdonata i democristiani. Radio, teatro, grafica, pubblicità, cinema, giornali, libri, non c’è luogo mediatico del suo tempo sul quale non abbia influito con un’innovazione, un’intuizione, l’invenzione di un metodo. 1908-1968: sessant’anni avventurosi, intelligenti, appassionati, sinceri, protagonisti. Poi d’improvviso, Giovannino Guareschi morì.

E non se ne accorse nessuno, o quasi. Nessuno, o quasi, se ne volle accorgere. Era il 22 luglio, l’Italia del boom economico villeggiava al mare o ai monti e non intendeva essere infastidita. Chi avrebbe dovuto importunarla per dovere o almeno per decenza professionali preferì tacere. Due giorni dopo, a Roncole Verdi per il funerale, c’erano la gente del paese, i bambini della scuola, la bandiera italiana con lo stemma del re davanti alla bara, i figli Alberto e Carlotta e in chiesa la Messa in latino. Pochissimi colleghi, un solo politico, il sindaco socialista di Roccabianca, e da solo in un angolo il cavalier Enzo Ferrari. “Molti dei nostri attuali governanti” scrisse il direttore della “Gazzetta di Parma” Baldassarre Molossi “devono pur qualcosa a Guareschi e alla sua strenua battaglia del 1948 se oggi siedono ancora su poltrone ministeriali, ma nessuno di essi si è mosso. Nessuno di essi si è fatto vivo: non il ministro non il sottosegretario, non qualcuna delle tante eccellenze e dei tanti direttori generali che affollano il ministero della Pubblica istruzione e l’ufficio stampa della presidenza della Consiglio. Neppure un commesso della Camera o un usciere del Senato”.

Un mese dopo, sempre sulla “Gazzetta di Parma”, Enzo Tortora rincarava: “Per molti, Giovanni Guareschi ha tolto il disturbo. In realtà, è più probabile che Giovanni Guareschi si fosse annoiato. Annoiato di questo bigio panorama d’anime, di questo univoco coro gregoriano del conformismo truccato da impegno. E se ne va con lui l’ultimo capitano coraggioso: in questa domestica bacinella di cacasotto, diteci, chi ci rimane? (…) Al funerale volle una bandiera che non era la mia: con lo stemma sabaudo. Ma non è mia neanche quella con cui l’anno salutato certi ‘amici’: bianco, rosso e verme”.

Molossi chiamò “Italia Meschina” quella che si rifiutò di rendere omaggio a Guareschi almeno da morto. Ma non avrebbe potuto fare altro quell’Italia. Negli anni che correvano senza freni verso il baratro della sovversione, l’ultimo capitano coraggioso si era fatto paladino dell’ordine fissato una volta per sempre del Creatore. Negli anni dei cattolici del dissenso, degli obiettori di coscienza e degli psichedelici contestatori dell’autorità paterna, continuava a parlare di Dio, Patria e Famiglia. Negli e della piazza sessantottina e della pretaglia sovversiva sfornata dai seminari del Vaticano II, predicava il rispetto dei morti e l’amore per la tradizione. Finì come doveva finire.

Lo si intuì già al momento della chiusura di “Candido”, nel 1961. Con quel giornale, che aveva tratto dalla sua anima e dal suo cervello poco dopo il ritorno dai campi di concentramento, Guareschi aveva condotto tutte le sue battaglie. Ne aveva fatto il punto di riferimento per una destra popolare, cattolica certe volte senza saperlo, prima democristiana quasi per forza e poi sempre più lontana dal partito degasperiano “di centro che guarda verso sinistra”. Così, improvvisamente e inesorabilmente, giornale e giornalista divennero fuori moda. Dopo la condanna e la prigione per l’affare De Gasperi, nel 1957, Guareschi aveva lasciato la direzione ad Alessandro Minardi e continuò la sua opera come collaboratore. Ma il “Candido” continuava a essere Guareschi e Guareschi continuava a essere il “Candido”: inopportuno l’uno e inopportuno l’altro.

Così arrivò il 1961, uscì il film “Don Camillo monsignore… ma non troppo” e l’inventore di Mondo piccolo non riuscì a resistere allo scempio della sceneggiatura a cui aveva lavorato. Per protesta contro Rizzoli, editore di “Candido” e produttore del film, si dimise da collaboratore. E il numero 43 del giornale, che portava la data del 22 ottobre, uscì con un breve comunicato: “In seguito alle improvvise dimissioni di Guareschi, con questo numero Candido sospende le pubblicazioni”.

Nella lunga lettera che il giornalista scrisse ad Andrea Rizzoli il 17 ottobre protestando contro la chiusura di “Candido” diceva, tra l’altro, riferendosi alla pubblicazione delle lettere di De Gasperi che gli costò la galera: “Caro Andrea, siamo sempre alla faccenda della bilancia. Se su uno dei due piatti mettiamo ciò che la pubblicazione di quella famosa lettera costò a Suo Padre (preoccupazioni, fastidi, danaro) e, sull’altro piatto, i miei tredici mesi di carcere e il danno che la vendetta fiscale mi procurò, Le posso dar ragione: la bilancia pende dalla parte di Suo Padre.

“Ma sul mio piatto bisogna mettere anche qualcos’altro; qualcosa che non può essere calcolato in mesi di carcere o in lire. Il sopruso del processo, la feroce campagna diffamatoria condotto contro di me dalla stampa e l’aver dovuto vivere, per tredici mesi, i piccoli e grandi soprusi, le piccole e grandi viltà di chi – angariando il carcerato Guareschi – intendeva acquistarsi titoli di merito presso la Superiore Autorità: tutto questo ha inciso profondamente sul mio spirito.

“Angelo Rizzoli, alla fine della triste vicenda, era sempre Angelo Rizzoli: io, uscendo dal carcere, non ero più Giovannino Guareschi. Né più riuscii a ridiventare il Giovannino Guareschi che ero. Metta anche questo, sul piatto mio, e vedrà che i piatti si bilanciano. In coscienza nei confronti di Suo Padre ho pagato tutto quello che dovevo pagare. Forse qualcosa di più. Mettendo sul piatto anche la triste vicenda di ‘Monsignore’, la bilancia pende decisamente dalla mia parte”.

“L’Unità” salutò la chiusura del giornale annunciando che l’anticomunismo si vergognava di aver riso con “Candido”. Ma la partita era più seria e profonda del semplice scontro fra comunisti e anticomunisti. Il regime, e non un partito, era riuscito ancora una volta a mettere in un angolo una voce libera, aveva finalmente fatto fuori Guareschi. Dove aveva fallito l’affare De Gasperi, vinceva il lavorìo malsano di un potere che vedeva nella propria sopravvivenza il suo unico fine.

Lo spiegò in quei giorni Gianna Preda sul “Borghese”: “(…) Pioniere e finanziatori degli aperturisti e dei falsi autonomisti, Angelo Rizzoli aveva stabilito da molti mesi di non avere bisogno della ‘copertura a destra’. Se questo sia stato un calcolo sbagliato lo vedremo presto, ma è certo che, in fase di regime avanzante a sinistra, la copertura del ‘Candido’ aveva cominciato a dargli troppi dispiaceri: come quello, apparentemente di scarsa importanza, procuratogli da Fanfani che, una quindicina di giorni fa, si rifiutò di riceverlo, facendogli sapere che gli sarebbe stata concessa la grazia dell’udienza soltanto il giorno in cui Lei, caro Guareschi, avesse cessato di ‘attaccare’.

“Che tutto, in ogni modo, fosse già scontato anche per Lei, l’ho capito dal Suo articolo di apertura, pubblicato nel penultimo numero di ‘Candido’, là dove ha scritto: La marcia della macchina democristiana continua implacabile e chiunque tenti ostacolarla viene stritolato. O ingoiare il rospo o essere liquidati”.

Intanto, il giornalista liquidato per conto del potere decise di rintanarsi nella casa che aveva comperato in montagna a Cademario, nel Canton Ticino. Da lì scrisse ai pochi colleghi che si erano ricordati di lui. A Enzo Biagi, che aveva dato la notizia della chiusura di “Candido” al telegiornale: “Caro Biagi, sono molto preoccupato per te. Tu, dunque, non sai che Guareschi non fa notizia, neppure se gli succede di morsicare un cane? È mai possibile? Non commettere mai più simili imprudenze: se intendi rimanere alla Rai Tv devi dimenticare d’essere una persona onesta e intelligente”. A Edilio Rusconi, che lo aveva invitato a scrivere su Gente”: “(…) Ti sono profondamente grato. Ora, rintanato quassù, cerco di rimettere un po’ d’ordine nella gran confusione che ho dentro la testa. (…) Caro Rusconi: non dimenticherò il tuo gesto. Quando il magone mi sarà passato, verrò a ringraziarti personalmente”. A Nino Nutrizio, che gli chiedeva di collaborare con “La Notte”: “(…) ti sono molto grato. Per il momento mi considero in esilio e, oltre al resto, debbo ripassare il motore che perde qualche colpo. La mia stima per te e la mia simpatia per La Notte non sono un mistero. Ritengo La Notte l’ultima isola di resistenza rimasta in campo nemico e mi auguro, come italiano, come giornalista e come amico, che tu possa resistere ancora ai liberatori di Milano. Superata la crisi, ti verrò a trovare”.

Quando cominciò a riprendersi, pensò di produrre un giornale fatto in casa, che avrebbe chiamato “Fogliaccio”. Venti o trentamila copie per gli irriducibili, un’impresa piccola per la quale Rizzoli propose di occuparsi dei macchinari di stampa e della distribuzione. Ma, nel luglio del 1962, un infarto ridusse Guareschi quasi in fin di vita e del “Fogliaccio” non si parlò più.

Superata anche questa crisi, il coriaceo uomo della Bassa mantenne le promesse e cominciò a collaborare con “La Notte”. Tra i bersagli preferiti delle vignette che disegnava per il quotidiano di Nutrizio c’erano il malcostume e l’ipocrisia della politica. Non riusciva sopportare la frode attraverso cui la Democrazia Cristiana arraffava voti a destra per svenderli a sinistra. Per spiegare senza fraintendimenti il concetto, richiamò in servizio i trinariciuti. In una vignetta dell’agosto 1965, si vedeva un capocellula comunista riprendere due attivisti dalle tre narici intenti a scrivere su un muro, errori compresi, “Viva Papandreu. A Morte i re dei grechi”, “W i patrioti del Viet Kong”:

– Compagni, sta bene la propaganda per gli altri, ma dobbiamo pensare anche a rafforzare le nostre posizioni in Italia! – diceva il capocellula.

– Non occorre compagno, a questo pensa Moro.

Anche il “Giornale di Bergamo”, diretto da Alessandro Minardi, pubblicava i disegni di Guareschi, una buona arma per attaccare lo strapotere del quotidiano clericale della città, “L’Eco di Bergamo”. Minardi lo sapeva, tanto che, il 7 marzo 1963, scriveva all’amico rintanato a Roncole Verdi: “Carissimo Nino, grazie ancora per la quarta vignetta. Come avrai visto, la seconda e la terza, incise al tratto, sono venute benissimo. La cosa ha fatto molta impressione e mi serve moltissimo. Se non ti costasse troppa fatica non avrei rimorso a insistere. Comunque mi rimetto a te. Grazie anche per l’accenno sul Borghese che qui, per la posizione fortemente polemica in cui mi trovo, ha fatto molta impressione, specie nelle alte (si fa per dire) sfere”.

Nell’autunno del 1964, iniziò anche la collaborazione con “Oggi”, il settimanale popolare della Rizzoli. Il direttore Vittorio Buttafava gli chiese di commentare il fenomeno televisivo. Nacque così il “Telecorrierino delle famiglie”, una rubrica che monitorava la Tv miscelando umorismo, polemica, sentimento e ragionamento. Anche in questo caso, nacquero nuovi personaggi. Gio’, di fantasia, la collaboratrice familiare giovanilista e progressiva, ma non fin al punto da rinunciare all’uso del cervello. Michelone, la Fenomena e la vice-Fenomena, i nipoti in carne e ossa, figlio di Carlotta il maschio e figlie di Alberto le femmine.

Con un taglio e un linguaggio adatti al pubblico della rivista, Guareschi passò al vaglio critico la società dei consumi mostrando che l’occidente capitalista era l’altra faccia del materialismo che molti vedevano solo nell’oriente comunista. Applicava il rigore dei suoi princìpi e del suo ragionamento a un mondo che nessuno sapeva decifrare. A una decadenza del vivere civile che affascinava invece di spaventare e troppa gente, quasi tutti, spacciava per benessere. Vide con qualche decennio d’anticipo la metamorfosi dei due sistemi destinati a fondersi in un mostruoso ectoplasma senza Dio, senza morale e senza pietà.

Su un giornale popolare non poteva scrivere trattati, che d’altra parte non erano il suo genere. Ma riuscì a dire nei suoi racconti come possa ridursi l’uomo comune che butti il cervello all’ammasso del consumismo e come finisca per frantumarsi la famiglia in una simile società. Nel racconto “L’arma segreta”, è proprio, Giovannino, a dire a Gio’:

– “Il benessere ha aumentato le esigenze e, oltre al padre, è costretta a lavorare anche la madre. Un tempo il padre andava a lavorare e la madre rimaneva a casa a fare la guardia alla famiglia, a crescere ed educare i figli. La madre era il cuore della famiglia e il padre ne era il cervello. Gio’, hai sentito, ieri sera alla televisione, quella giovane signora tutta soddisfatta perché riusciva a preparare il pranzo in dieci minuti?”

– “Ho capito” esclamò Gio’ “lui ce l’ha con le donne che conquistano la loro indipendenza. Lui vorrebbe la donna schiava, la donna vittima della famiglia”.

– “No, Gio’: vorrei semplicemente la donna-donna, la madre-madre, la nonna-nonna. Giudichi indipendente una donna che è costretta ad affidare tutta l’educazione dei figli al cinema, ai fumetti, alla televisione, alla strada, alla scuola, al doposcuola, al ‘Circolo’ e a quel famigerato ‘Gruppo’ nel quale i ragazzi cercano il calore umano non più reperibile in casa? Come sei lontano, povero De Amicis, col tuo ‘Sangue romagnolo’: oggi quel ragazzo non sacrificherebbe certo la vita per salvare una nonna coi capelli viola, la plastica facciale, le sottane sopra il ginocchio e i tacchi a spillo, ma fischietterebbe allegramente quel motivetto che dice ‘Ammazza la vecchia – col flit!’ e taglierebbe la corda per andare a godersi le ultime novità dei Beatles al ‘Gruppo’. Il quale ‘Gruppo’ è il primo passo per arrivare al ‘Clan’ e quindi alla ‘Gang’”.

Fra il luglio e il dicembre 1966, su “Oggi” uscì una serie completa di racconti di Mondo piccolo. Le storie riflettevano i cambiamenti politici e sociali dell’ultimo decennio, così don Camillo e Peppone si trovarono a combattere contro nuovi avversari. Il vecchio parroco con don Chichì, giovane virgulto modernista, il vecchio sindaco con la neonata frazione maoista del Pci. Inoltre, per parte sua, don Camillo doveva fare i conti con Cat, nipote ribelle e condottiera di ribelli, mentre Peppone era alle prese con il figlio Michele, cappellone e rivoltoso.

“Compagno” dice in uno dei racconti don Camillo a Peppone “in questo mondo dove ognuno se ne infischia di tutti gli altri, in questo mondo dominato dall’egoismo e dall’indifferenza, noi continuiamo a combattere una guerra che è finita da un sacco di tempo. Non ti dà l’idea che noi siamo due fantasmi? Non ti rendi conto che, fra non molto, dopo aver combattuto, ognuno per la sua bandiera, verremo cacciati via a calci – io dai miei e tu dai tuoi – e ci ritroveremo a dormire strapelati sotto un ponte?”.

Era la consapevolezza di aver consegnato dogmi, princìpi, liturgie e costumi a figli, nipoti e pronipoti che, senza un briciolo di cervello e di cuore, in un solo momento ne avevano fatto merce da rigattiere. Era una rivolta contro il mondo moderno consapevole che dogmi, princìpi, liturgie e costumi resistono all’erosione del tempo solo grazie agli uomini capaci di reggerli.

Raccolte in volume, le storie uscirono postume nel 1969 con il titolo Don Camillo e i giovani d’oggi. Nel 1996, furono ripubblicate a cura di Alberto e Carlotta Guareschi, titolate come aveva pensato loro padre, Don Camillo e don Cichì, e reintegrate delle parti tagliate o soppresse in origine per prudenza politica.

L’altra casa che aprì le sue porte al fondatore di “Candido” fu quella del “Borghese”. Mario Tedeschi, il direttore del settimanale, aveva chiesto la collaborazione di Guareschi fin dal 1961. Gli scriveva il 27 dicembre di quell’anno:

“(…) noi siamo e saremo felici se, alle condizioni da Lei volute, potremo offrirLe lo strumento per continuare la battaglia di ‘Candido’. Gianna le disse quello che era anche il mio pensiero; l’affetto e la stima di noi tutti per Lei, che iniziò la polemica contro questo sistema prima d’ogni altro, e con efficacia non superata”.

Bisognò attendere fino al 12 febbraio 1963, quando Tedeschi commentava in una breve lettera l’inizio della nuova collaborazione:

“Caro Guareschi, ti invio il ‘Borghese’ che andrà in vendita domani. Desidero cogliere questa occasione per dirti ancora ‘grazie’ di aver accettato; il tuo arrivo ha suscitato entusiasmo in tutto il nostro mondo e fra i redattori. (…) Infine, ti ripeto ancora che hai assoluta libertà. Non siamo legati a nessuno e questa è la nostra felice condizione, che senza dubbio ti piacerà”.

In quegli anni, “Il Borghese” era un fenomeno unico nel panorama editoriale. Mario Tedeschi e Gianna Preda ne avevano fatto un giornale di destra capace di essere intransigente e intelligente e di reggere il confronto “L’Espresso” di Eugenio Scalfari. Da quelle colonne, Guareschi si misurò con la politica, il costume, la cultura. All’occorrenza rimise in pista don Camillo e Peppone. Creò nuovi personaggi. Ritornò a vivere. Il 26 aprile, a ridosso delle elezioni, scriveva al figlio Alberto: “Coi disegni del Borghese hanno fatto volantini e manifesti. Mi fa piacere. Significa che non sono proprio finito”.

Ma non era più il Guareschi di un tempo. Era stanco, malato e, soprattutto, circondato da un reticolato di diffidenza, di rancore e di ingratitudine. Fatte salve le poche eccezioni presso cui aveva trovato ospitalità, era stato abbandonato da un amico dopo l’altro. Aveva visto crescere il plotone degli zelanti ex amici che cicaleggiavano con il potere facendo mercimonio della loro ex amicizia con l’impresentabile zoticone delle Roncole. Non gli perdonavano di continuare a scrivere ciò che loro non avevano più neppure il coraggio di pensare.

Era il Guareschi che, tanti anni dopo la sua morte, faceva ancora venire il magone a Carlotta quando ne guardava le fotografie e i filmati. Smagrito, segnato, con gli occhi che continuavano a sbattere in un tic come se volessero mettere a fuoco un mondo che proprio non gli piaceva, ma che, per mestiere e per destino, doveva decifrare e giudicare. Dentro a un corpo provato e dentro a un animo stremato, brillava un’intelligenza che non aveva mai visto tanto in profondo e tanto lontano come allora. Dove la genialità non è vinta dall’orgoglio, il dolore e la stanchezza possono produrre prodigi. Era l’ultimo Guareschi, quello che, soprattutto per “Il Borghese”, scrisse pezzi magistrali di cui solo i posteri avrebbero potuto comprendere la lungimiranza.

Il suo cruccio non era quello di farsi sfuggire la realtà tra le mani, ma quello di non trovare gente in grado di vedere ciò che lui vedeva nella vita della Chiesa e nella politica, nella cultura e nel costume. Continuò a osservare, a pensare e a scrivere. Ma per chi lo facesse non gli era più chiaro. L’11 gennaio 1968, diceva in una lettera a un amico: Io vivo isolato come un vecchio merlo impaniato sulla cima di un pioppo. Fischio, ma come faccio a sapere se quelli che stanno giù mi sentono fischiare o se mi scambiano per un cornacchione?”.

Poi, dopo aver scritto le sue lettere ai posteri, d’improvviso Giovannino Guareschi morì.

 

 

(Tratto da Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi, Marsilio Editore)

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