Il volto nascosto di Giovannino Guareschi – Gli anni del “Bertoldo”

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Lo scrittore dietro ai racconti:

chi era, cosa pensava, come viveva il padre di don Camillo e Peppone attraverso curiosità, aneddoti e citazioni.

Impossibile non conoscere le avventure di don Camillo e Peppone. Tradotti in tutto il mondo i racconti di Giovannino Guareschi ne hanno sancito la fama. Grazie al suo successo lo scrittore della Bassa è uno tra gli autori italiani più amati di sempre. Oltre alle storie del Mondo piccolo però, Giovannino ebbe modo, nel corso della sua vita, di pubblicare altre opere memorabili ma meno conosciute, come “La scoperta di Milano” (1941) e di collaborare con alcune delle più importanti testate italiane dove, fin da giovane, si distinse per il genio artistico di scrittore e vignettista e dove ebbe modo di imparare dai più grandi giornalisti del tempo, che lasciarono in lui un segno indelebile nel modo di raccontare e di vedere il mondo.

Era ancora il “Giovannino senza baffi” quando Cesare Zavattini lo reclutò per la redazione di una nuova rivista umoristica, “Il Bertoldo” (1936) voluta da Angelo Rizzoli, uno dei più importanti editori italiani, con lo scopo di far concorrenza al “Marc’Aurelio” fondato nel 1931. L’ambizione era quella di rivolgersi a un pubblico più colto di quello del“Marc’Aurelio” , dotando la rivista di un umorismo più sottile e non fine a se stesso. Zavattini si diede da fare per reclutare i migliori giornalisti e vignettisti umoristici e tra questi ingaggiò appunto anche il giovane talentuoso Giovannino Guareschi, che ben presto, grazie alle sue straordinarie capacità di direzione divenne caporedattore all’età di soli trentanni.

Giovannino si trovò così immerso nel fior fiore del giornalismo italiano. Rizzoli ci aveva portato Giovanni Mosca e Vittorio Metz come direttori, Walter Molino, Giuseppe Marotta, Angelo Frattini, Marcello Marchesi, Carlo Manzoni, Mario Bazzi, Dino Falconi, Giaci Mondaini. Ce n’era abbastanza per mettere in piedi un giornale capace di lasciare il segno, e il“Bertoldo” fu di parola. Partì con la rincorsa e riuscì a fermarlo soltanto la guerra. Non ci fu un aspetto della vita che non venne passato sotto la lente d’ingrandimento dell’umorismo. E, fino a quando la censura non si fece sentire con decisione, riuscì anche a compiere qualche incursione nella politica.

Oltre al lavoro di caporedattore, che lo costringeva a passare la giornata assemblando e rivedendo il lavoro altrui, Guareschi si ritagliò lo spazio per rubriche di vario genere, dalle “Osservazioni di uno qualunque” al “Cestino”. Inventò anche le vignette con le vedovone. Disegnava dei donnoni altri come tre uomini, dal seno e dal sedere smisurati e dal ghigno che non prometteva nulla di buono. “Sei così piccino Anacleto” diceva una di loro al marito sperduto nel letto “che alla tua morte dovrò accontentarmi di portare mezzo lutto”. Un’altra mostrava una bara al marito morente spiegandogli “Te l’ho comprata subito perché era d’occasione”. Per umoristico contrappeso, aveva inventato anche le vignette degli “Stati piccolissimi”, regni governati da sovrani belli, puliti, sereni. I personaggi erano presi da guerre inesistenti e da nemici buoni e simpatici. All’ufficiale che gli diceva “Non si può dare battaglia, il nemico è assente”, il generale rispondeva “Sta bene, domani verrà accompagnato dai genitori”.

Questi furono gli anni spensierati e frenetici del Bertoldo,  della Milano in bicicletta che il cemento non aveva ancora soffocato, anni di formazione per Guareschi, a cui seguiranno quelli di purificazione e redenzione della deportazione. Anni in cui rispose alla propria vocazione di scrittore, dimostrando una genialità e una potenza narrativa non indifferenti, destinate a lasciare il segno attraverso i racconti e le opere della maturità.



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