“Citazioni d’uso per vivere guareschianamente” – Clive Staples Lewis

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“Citazioni d’uso per vivere guareschianamente” 

Il mondo di Mondo piccolo attraverso le parole di grandi cristiani

Clive Staples Lewis (1898-1963), è stato stato un importante scrittore e saggista del primo Novecento. Originario di Belfast si trasferisce ancora bambino in Inghilterra, dove, all’età di dieci anni subisce la perdita della madre. Questo evento traumatico, i problemi respiratori che lo affliggono durante tutta l’infanzia e la peregrinazione continua da un collegio all’altro lo spingono, all’età di quindici anni, ad abbracciare l’ateismo. 

In età adolescenziale decide finalmente di dedicarsi allo studio da privatista, avendo così del tempo libero per coltivare la sua passione per le favole e la sua innata abilità per la scrittura. Nel 1916 vince una borsa di studio per l’Università di Oxford, la cui frequentazione viene interrotta per un anno (1917) a causa della chiamata alle armi durante la Prima Guerra Mondiale. Il periodo militare risulta fondamentale per Lewis: è durante la convalescenza da un infortunio di guerra che  fa conoscenza con le opere di Chesterton, da cui rimane profondamente colpito: la gioia derivante dalla gratitudine per una salvezza già ricevuta, la difesa del buon senso e del cristianesimo utilizzando l’arma del paradosso, iniziano a instillare in lui alcune riflessioni profonde sul senso religioso: i tempi del cambiamento sono quasi maturi.

Intanto, concluso il periodo di studio, la sua brillantezza di intellettuale e la validità delle sue ricerche gli permettono di intraprendere la carriera accademica, a cui si dedicherà per tutta la vita.

È a questo punto che le convinzioni di Lewis iniziano a vacillare.

Negli anni Venti infatti Lewis fa conoscenza con Tolkien: dopo un’iniziale reciproca antipatia i due iniziano a frequentarsi e a condividere la comune passione per l’universo mitologico nordico, tanto da diventare amici per la vita. Oltre agli interessi letterari Tolkien e Lewis ben presto arrivano a condividere riflessioni più profonde, toccando ogni aspetto della vita, non da ultimo quello religioso, che via via prende sempre più spazio nelle conversazioni tra i due. In effetti Tolkien, convinto cattolico, assieme all’amico e collega Hugo Dyson contribuisce enormemente alla radicale conversione di Lewis che tra il 1929 e il 1931 decide di abbracciare il cristianesimo, dopo un breve periodo teista. 

Il cammino spirituale di Lewis è è tormentato e non privo di incertezze, come possiamo leggere nella sua opera autobiografica “Sorpreso dalla gioia” e nel racconto allegorico “Le due vie del pellegrino“, ma alla fine è costretto ad arrendersi di fronte all’azione della Grazia: “Durante il trimestre della Trinità del 1929 mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai per pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra“. Da questo momento Lewis diventa uno degli scrittori cristiani più appassionanti, oltre che un acuto apologeta e un valido teologo. Tra le opere più importanti vanno annoverate “Le lettere di Berlicche” (1942) attraverso le quali Lewis raggiunge una notevole fama. Il racconto è incentrato sulla corrispondenza tra un funzionario del Diavolo e suo nipote, demonio apprendista. I temi centrali sono la riconsiderazione del Peccato, sganciandolo dal formalismo a cui era andato degenerando all’interno della fede cristiana, la debolezza dell’uomo e la sua possibilità di riscatto, il tutto con una verve narrativa infarcita di ironia.

Altra importante opera è “Diario di un dolore” scritto in occasione della morte della moglie, in cui Lewis trova il senso del proprio dolore riflettendolo su quello del Cristo Crocifisso e conformandosi così alla Sua Volontà. E’ tuttavia attraverso il ciclo delle “Cronache di Narnia” scritto durante tutto il corso della sua vita, che Lewis consacra la sua fama. I sette libri narrano dell’universo inventato dallo scrittore, in cui creature magiche ed esseri umani collaborano nella continua lotta tra bene e male attraverso avventure che conciliano fiabe irlandesi, mitologia romana e britannica, collegate tra loro dal filo rosso del cristianesimo, che dà luce ad ognuna di queste sfaccettature, dotandole di senso e nobilitandole. E’ solo attraverso la lettura cristiana dell’opera che essa si mostra chiaramente come un’allegoria in cui i temi della salvezza, del dolore, del sacrificio e della morte si addolciscono si incasellano perfettamente nella fiaba più bella di tutte, che è quella del cristiano in cammino verso la propria patria, il Paradiso.

Il piccolo mondo di Lewis altro non è che una storia vera, in cui come accade in Tolkien, in Chesterton e in Guareschi, nessuno è dispensato dal dolore e dalla fatica, ma tutto se trasfigurato dalla Grazia diventa non solo sopportabile, ma assolutamente necessario e in quanto necessario, accettato con naturalezza. Questo rende immensamente semplice il mondo di Lewis e lascia anche a noi la speranza di poter vivere come lui ha vissuto. 


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