Il mondo a disegni – Giovannino nei lager (prima parte)

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La genialità multimediale di Giovannino Guareschi raccontata attraverso illustrazioni, disegni e vignette.

Gli anni di prigionia furono per Giovannino Guareschi la vera anticamera dei capolavori che pubblicò una volta uscito dal lager. Non solo lì trovò Dio, ma aiutò gli altri deportati a mantenere viva la loro umanità. Nella sua introduzione a Diario Clandestino (1949) scrisse:

Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente costruimmo la nostra civiltà. Sorsero i giornali parlati, le conferenze, la chiesa, l’università, il teatro, i concerti, le mostre d’arte, lo sport, l’artigianato, le assemblee regionali, i servizi, la borsa, gli annunci economici, la biblioteca, il centro radio, il commercio, l’industria. Ognuno si trovò improvvisamente nudo: tutto fu lasciato fuori del reticolato: la fama e il grado, il bene o male guadagnati. E ognuno si ritrovò solo con le cose che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà. E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così nacque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava più di uno.

Questa straordinaria chiave di lettura con cui Giovannino guardava alla sua condizione di deportato si può osservare nei disegni che, ad esempio, realizzò per i vincitori del torneo di bridge, in cui il Jack di picche dallo sguardo accigliato è vestito come una guardia tedesca, o nell’attestato di partecipazione a una mostra d’arte, realizzato da Giuseppe Novello, chiamato scherzosamente “internato ripetente” perché prigioniero dei tedeschi anche nella Prima Guerra Mondiale.

Premio per i vincitori del torneo di bridge e attestato di partecipazione alla mostra d’arte.

L’umorismo fu una delle armi vincenti che aiutarono Guareschi a guardare il mondo dentro al lager con gli occhi di sempre e che forse gli permise di uscirne senza odiare nessuno. Ciò è visibile in molti degli schizzi che hanno per soggetto le guardie tedesche, che ironizzano, incredibilmente, senza cattiveria.

La guardia controlla il fiore sbocciato su un albero all’interno del lager, l’altra è pronta con il timbro “approvato”.

Guareschi fu dunque tra i tessitori più tenaci della civiltà dentro al lager. Non si fermò mai, ogni volta che veniva spostato in un nuovo campo ricominciava da capo, era certamente uno dei punti di riferimento sia per le piccole cose di tutti i giorni, sia per le grandi questioni morali. Questo è provato anche dalla popolarità che ebbero Albertino e Carlotta: Giovannino ne parlava con tutti e tutti si affezionarono a loro. I suoi bambini erano sempre fissi nel suo sguardo, tanto che furono trasformati in personaggi delle sue storie. Per Carlotta fu persino composta una canzone: parole di Guareschi e musica del maestro Arturo Coppola, il ritornello fu uno dei motivetti più famosi del campo:

La mamma l’ha annunciato con estrema serietà / Il babbo tornerà / Ma certo tornerà / Però lei deve stare buona buona sul balcon / Guardando sempre là, verso il canton…

Disegno di accompagnamento alla canzone di Carlotta.

Nel lager si era fatto strada un Guareschi più vero, con tale prepotenza da sorprendere lui stesso quando vide il ritratto che di lui aveva fatto il maestro Coppola:

Il mio volto possiede finalmente delle ombre: gli occhi sono diventati più grandi, si sono disincantati e vivono […] Adesso comincio a diventarmi decisamente simpatico e, quando mi incontro allo specchio, mi sorrido cordialmente: “Ciao vecchio, chi non muore si rivede!”.

Ritratto di Giovannino realizzato da Arturo Coppola.

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