Guareschi racconta – Lo sciopero della fame

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Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. […] Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto.»

(giovannino guareschi, don camillo e il suo gregge)

Non esistono atei che abbiano tanto bisogno di Dio come i comunisti di Mondo piccolo. E non si tratta di ipocrisia, di opportunismo o di incoerenza. Dipende solo dal fatto che Guareschi li ha immersi in un universo fondato sulla presenza ineludibile del Creatore. Un mondo i cui abitanti hanno talmente bisogno di certezze spirituali da pretendere che si traducano quotidianamente in fatti materiali. Ciò è ben visibile nella loro attenzione devota ai sacramenti, come mostra il racconto Lo sciopero della fame. 

In questo caso è in vista il battesimo del figlio dello Smilzo. E il fedele scudiero di Peppone ritiene che non se ne debba neanche parlare. Sua madre però, che ha le gambe paralizzate ma il cervello no, la pensa diversamente e inzia a chiedere insistentemente al figlio:

Ebbene, lo si battezza o non lo si battezza?” E siccome più i giorni passavano e più la vecchia si faceva insistente sulla necessità di battezzare il bambino, una bella volta lo Smilzo prese il coraggio a due mani e vuotò il sacco: “Basta, per piacere, con questa storia del battesimo. Adesso i tempi sono cambiati e sono successe cose che non sapete”. La vecchia scosse il capo: “Dal giorno in cui Gesù Cristo ha inventato il Battesimo i tempi sono cambiati centomila volte e sono successe le cose più straordinarie: però i bambini li hanno sempre battezzati appena venuti al mondo”. 

Lo Smilzo farfuglia di politica, ma serve a poco: l’anziana donna aveva preso la sua decisione, avrebbe digiunato fino a che il nipote non sarebbe stato battezzato. I giorni passano, la donna non mangia e la situazione si fa così complicata che lo Smilzo decide di risolverla organizzando un finto battesimo per ingannare la madre. 

Il piano viene messo in atto e tutto sembra essere andato a buon fine. La vecchia commossa per la notizia si avvicina a Peppone:

Quale onore, signor sindaco, che abbiate voluto fargli da padrino!…” esclamò commossa la vecchia afferrando con le mani scarne una zampa di Peppone. “Dio vi benedica… So che è merito vostro se mio figlio ha messo giudizio… Non parliamone: acqua passata”. 

E così a cerimonia (finta) conclusa i compagni si ritrovano nella Casa del Popolo, vorrebbero brindare all’inganno riuscito, ma qualcosa non va.

Possiamo tirare giù il sipario” ridacchiò lo Smilzo “la commedia è finita e io sono un porco!”

Peppone e il Bigio non avevano mai sentito un’autocritica così franca e circostanziata e rimasero favorevolmente impressionati.

Bigio fila e vediamo di far presto!” Ordinò Peppone. Il Bigio partì.

Dopo aver recitato per tutto quel tempo, dopo essersi impuntati in ogni modo pur di non battezzare il bambino, alla fine giunge l’amarezza e il pentimento. Non solo il pentimento, ma anche la risolutezza di aggiustare tutto, pur piegandosi a chiedere un vero battesimo al parroco, mettendo da parte ogni orgoglio. E se noi ci stupiamo di questo, don Camillo non ne resta affatto sorpreso. Sa che, alla fine, tutti passano di lì e durante la cerimonia si rivolge a Peppone: 

Come sapete, chiunque sia convinto militante comunista non può fungere da padrino nei battesimi. Lei è convinto militante comunista?”

Nossignore” rispose Peppone. 


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