Guareschi racconta – don Camillo e don Chichì

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Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. […] Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto.»
( Giovannino Guareschi, don Camillo e il suo gregge )

Delicatezza, un termine d’altri tempi che ormai pare un po’ stonato anche se lo si impiega per parlare di Dio. Tuttavia non si può trovare un termine migliore per descrivere il modo con cui Guareschi parla dell’Eucarestia. Don Camillo, nonostante le sue manacce, si fa delicato come un angelo quando si trova al cospetto dell’ostia consacrata , e non bisogna sforzarsi troppo per immaginarsi il suo dolore di fronte alla volgarità spirituale con cui don Chichì, il suo giovane curato, si appressa al tabernacolo. Così nel racconto Vennero per suonare, tornarono salati, pur parlando di un altro argomento, gli dà una lezione di fede e dottrina eucaristica:

“Chi uccide è un assassino” gridò don Chichì. “Non esistono nè guerre giuste nè guerre sante: ogni guerra è ingiusta e diabolica! la legge di Dio dice: ‘Non uccidere’, ‘amerai il tuo nemico’. Reverendo, questa è l’ora della verità e bisogna dire pane al pane e vino al vino!”.

“Pericoloso dire pane al pane e vino al vino là dove il pane e il vino sono la carne e il sangue di Gesù!” Borbottò don Camillo testardo. Don Chichì lo guardò con aria di sincero compatimento.

Quando non ne può più, don Camillo lascia partire una sciabolata tanto illuminante quanto improvvisa. Ma per gustare a fondo la bellezza di una verità sconcertante come la presenza reale di Cristo nell’Eucarestia bisogna fare attenzione a un passaggio appparentemente secondario del racconto: al cospetto di un don Camillo docilmente persuasivo, don Chichì urla come un invasato. Ed è un atteggiamento ancora peggiore dell’aria di compatimento con cui guarda il vecchio parroco che gli ha dato una limpida e inattaccabile lezione di dottrina.

Lo strepitio del curatino è la cifra di un uomo che non rispetta nulla e non è disposto ad ascoltare nessuno. Non si interessa della voce degli uomini e, tanto meno, di quella di Dio. Si infiamma solo dell’ideologia di cui è suddito. E non si rende conto di essere prigioniero di una spirale perversa che lo costringe a negare la realtà di qualsiasi cosa . Persino il pane e il vino, per lui, sono solo una figura del discorso. Non concede loro neanche lo statuto di materia. Invece, la contemplazione della presenza di Cristo sotto le specie del pane e del vino, sorge proprio da qui: per l’amore di tutto quanto vi è di concreto nel Creato. Don Camillo lo sa e quando si appresta a parlare del miracolo dell’Eucarestia cerca di farsi il più piccolo possibile. Gli bastano poche parole: quelle della consacrazione.

Tratto da Il catechismo secondo Guareschi di Alessandro Gnocchi


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