Caro don Camillo, chi sei?

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Tutti, leggendo le pagine di Mondo piccolo, ci siamo chiesti almeno una volta chi siano nella realtà Peppone e don Camillo: sono personaggi talmente reali, che non pare possibile siano stati inventati di sana pianta dalla mente, seppur geniale, di Giovannino Guareschi.

Curiosamente, se per Peppone si può rintracciare a detta dello stesso autore un prototipo nel sindacalista Giovanni Faraboli, per il prete di Mondo piccolo non c’è un modello vero e proprio. Guareschi compilò la figura del suo sacerdote prendendo quanto di meglio fosse possibile dai molti preti che aveva incontrato nella sua vita.

Tra quelli che incisero di più la sua memoria e la sua anima, c’è senz’altro padre Lino Maupas, un francescano venerato in tutta Parma e nel territorio circostante. Padre Lino arrivò in città il 18 giugno 1893 e vi morì a 57 anni consumato dall’amore per Dio e per gli uomini il 14 maggio 1924. Svolgeva il suo ministero al convento dell’Annunziata, nell’Oltretorrente, la parte più miserabile della città. Per amore di Cristo, cercava di portare sollievo ovunque gli fosse possibile con i mezzi che gli metteva a disposizione la Provvidenza. Si occupava dei carcerati e delle loro famiglie. Fu l’unico religioso che, durante le rivolte del 1898 e del 1907-1908, affrontò i ribelli decisi a bruciare le chiese, si offrì in ostaggio alla folla perché bruciasse lui piuttosto che la casa di Dio. Nessuno osò più muovere un dito. Da questo frate, Guareschi imparò una verità arditissima nella sua semplicità. Capì che la creazione è un’opera d’amore troppe volte sfigurata da un’intelligenza umana innamorata di se stessa, convinta di vedere nel creato solo indifferenza e crudeltà senza rendersi conto di vedere come in uno specchio la propria indifferenza e la propria crudeltà. A tale sorgente di disperazione, lo scrittore della Bassa oppose la consapevolezza della Grazia che aveva trasfigurato la vita del frate dell’Oltretorrente, traendone un universo letterario a misura d’uomo proprio e solo perché a misura di Dio.

Don Camillo, per la verità, somiglia a tanti preti e tanti preti, soprattutto negli Anni Cinquanta e Sessanta, erano convinti di essere i veri ispiratori del prete guareschiano e saltavano su dicendo “Don Camillo sono io”.

Don Rino Davighi, parroco a Polesine dal 1950 al 1960, era tra i sacerdoti a cui lo scrittore faceva periodicamente visita. Ne aveva viste di tutti i colori e con i comunisti ci aveva fatto veramente a cazzotti. Raccontava le sue storie a Giovannino e poi gli capitava non di rado di vederle trascritte con le varianti del caso su Candido. Don Giovanni Bernini, parroco di Mezzano Inferiore, durante l’alluvione del 1951, aveva salvato le ostie consacrate, poi si era rifugiato sul campanile e, con il tocco dell’Ave Maria, teneva viva la sua fede e quella dei parrocchiani: don Camillo, nel racconto Ognuno al suo posto, uscito proprio in quell’anno, avrebbe fatto lo stesso. Don Giuseppe Saibene, parroco di Nosate, sulle rive del Ticino, era convinto di essere lui il don Camillo di Guareschi. Ancora oggi si trova qualcuno che lo ricorda ed è pronto a giurare che le storie narrate dallo scrittore della bassa vengano da lì. Ma, in realtà, Mondo piccolo, con il suo don Camillo, il suo Peppone, il suo Cristo Crocifiss era nato molti anni prima, ai tempi in cui Giovannino aveva sì la testa dura, ma era ancora un bambino.

Però c’è un sacerdote che lo scrittore stesso, almeno in un’occasione, identificò con il suo prete. Ne parlò in una lettera ad Alessandro Minardi, condirettore di Candido, il giorno di Natale del 1954, mentre scontava nel carcere di Parma la condanna per la questione De Gasperi.

In quanto a don Camillo, bisogna che te ne parli: anche perché non si chiama don Camillo, bensì Padre Paolino. E io lo conobbi nel settembre del 1945 a Pescantina, perché egli era là, con la Pontificia commissione d’assistenza, ad accogliere noi reduci dai lager. Ha celebrato lui la Messa questa mattina perché il cappellano era malato e, quando io udii la sua voce, sussultai, perché era la voce del mio don Camillo. E quando iniziò il suo sermone io ancora sussultai perché, se il mio don Camillo fosse non un povero prete di campagna, ma uno smagliante oratore come Padre Paolino parlerebbe così ai suoi fedeli”.

Il seocondo incontro con padre Paolino era avvenuto proprio quel Natale del 1954 e non fu casuale. Il religioso, che allora si trovava a Parma, voleva fare qualche cosa per alleviare le sofferenze di Guareschi, rinchiuso in carcere dopo un processo iniquo. Allora trovò modo di sostituire il cappellano del carcere per la Messa di Natale, ma voleva che allo scrittore arrivasse un messaggio speciale. Perciò, all’omelia, alluse al racconto Giallo e rosa, quello in cui Peppone si trova in canonica a pitturare le statue del presepe e se ne va a casa con la mano ancora calda del tepore del Bambinello rosa.

Ho ancora davanti agli occhi la scena” ricordò padre Paolino. “All’incrocio di due grandi corridoi, al centro, era stato eretto il solito altare domenicale. Davanti a me, in piedi, erano ammassati i detenuti. Sul lato sinistro le donne. Aguzzando lo sguardo, non faticai a riconoscere nell’ultima fila gli inconfondibili baffoni di Giovannino Guareschi. Era fatta! L’allusione in codice all’ultimo capitolo di ‘Don Camillo’ aveva colpito nel segno. Notai un sussulto di Guareschi, che abbassò il capo, passandosi sugli occhi il dorso della mano. Poi, in sacrestia, mi si buttò nelle braccia lasciandomi i segni due lagrimoni sul collo. Lacrime preziose di gioia, di pace, di libertà in un fondo di dolce sofferenza. Non ci dicemmo una parola. Solo un grazie, poi lui fuggì via come una saetta”.


Da Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di Peppone e don Camillo, di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, PIEMME. (Per gentile concessione)

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