È veramente libero chi è capace di soffrire. Firmato Guareschi

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Giovannino Guareschi, non smetteremo mai di ripeterlo, è uno di quegli autori che salvano l’anima. Un suo libro può starsene rintanato per anni sopra uno scaffale e poi, il giorno in cui serve leggere proprio quelle parole lì, che stanno scritte in quel modo lì, lo si prende, chissà per quale ragione e lo si inizia a sfogliare. È così che Giovannino ha cambiato la prospettiva di tre generazioni di lettori e ha rivoltato come un calzino il modo di vedere la vita di milioni di persone che si sono trovate grazie a lui a ragionare in maniera contraria al mondo, senza che magari nemmeno se ne accorgessero.

Giovannino ha cambiato il nostro modo di vedere la condizione umana sotto moltissimi punti di vista. In effetti, un uomo che è stato in grado di trasfigurare l’esperienza del lager e della prigione in racconti meravigliosi e carichi di speranza, non poteva certo lasciare immutata la nostra concezione della felicità.

E così, pagina dopo pagina, più Guareschi ci entra nelle ossa e diviene parte di noi, più ci pare chiaro che la felicità autentica, quella che dà equilibrio all’animo e dona una grave levità tenendoci con i piedi piantati per terra e lo sguardo rivolto al cielo a ogni svolta drammatica della vita, coincida in tutto per tutto con la libertà. Quella vera.

Un uomo può almeno tentare di essere felice, e non parliamo certo dei picchi fugaci di esaltazione ed ebbrezza, solo se prima è riuscito a essere un uomo libero. Ma la libertà secondo Giovannino non è quel concetto inafferrabile che finisce per smarrirsi in tante teorie pindariche. Lo scrittore della Bassa ci ha attirati per la concretezza e il realismo con cui ne parla perché è evidentissimo che sono la stessa concretezza e lo stesso realismo con cui la vive. Senza la testa piena di chissà quali teologie, con l’arma del buon senso cristiano che interpreta tutto ciò che gli accade scorgendovi spesso il contrario di ciò che vuole il mondo, ci ha messo dentro al cuore tutto quello che altri autori avevano presentato con molte più parole. Troppe, per riuscire a dire qualcosa di vero e vissuto.

Non basta parlare genericamente di libertà quando si vuole descrivere ciò che Guareschi aveva mantenuto vivo dentro il lager, ciò che aveva conservato nella sua cella, ciò che aveva custodito nell’isolamento impostogli da tanti cattolici perbene. Questi e tanti altri eventi della sua vita furono scelte libere, sì, derivanti però da una libertà profonda, profondissima, che stava all’origine di tutto il suo agire e gli permetteva di compiere le scelte più difficili con quella grave levità, che altro non é che felicità vera.

Il senso di libertà di Giovannino, e dunque la sua pace, vengono prima di tutto. Prima che lui venisse rinchiuso dietro al reticolato del campo di concentramento, erano già lì ad attenderlo. Un dono speciale che i casi della vita hanno avuto solo il compito di affinare. “Non muoio neanche se mi ammazzano”, frase usata, abusata e travisata del nostro scrittore, non è semplicemente un inno alla forza d’animo. Quella frase è la forma letteraria di ciò che Guareschi aveva scoperto di avere già dentro il cuore: la capacità di non temere la sofferenza. E se un uomo non ha più paura del dolore, non lo fugge, ma lo baciar come i poeti e benedice come i santi, è finalmente libero. Se è libero dalla paura di soffrire nessun turbamento affligge più il suo animo. Un uomo, un cavaliere, un martire può dire che non morirà neanche se ammazzano solo quando cessa la paura morire. È uno dei tanti paradossi del cristianesimo. Vinto il timore di morire, Giovannino aveva capito come doveva vivere. Si era liberato del mondo, guardava in alto.

Non muoio neanche se mi ammazzano” è il succo dell’insegnamento di un uomo che ha affrontato la logica invertita del mondo con la tempra di chi sa che, abbracciato il dolore come un buon compagno di viaggio, alla fine incontrerà quel Dio capace di regali così grandi. E, senza catene, salirà in alto con il cuore leggero di chi non ha mai odiato nessuno.

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