Guareschi racconta – Mai tardi

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Così vi ho detto, amici miei, come sono nati il mio pretone e il mio grosso sindaco della Bassa. […] Chi li ha creati è la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto.»
( Giovannino Guareschi, don Camillo e il suo gregge )

Mai tardi è uno dei racconti più commoventi di Guareschi. La storia è incentrata sul rapporto difficile tra un padre autoritario, Giacomo Dacò, e Carlino, il figlio più piccolo, il più intelligente che, non compreso dal padre, che lo vorrebbe un villano come i suoi fratelli, se ne esce di casa per studiare, aderire al servizio militare e infine per sposare una donna che al vecchio proprio non piace.

Solo dopo la morte del padre, Carlino, ormai adulto, entrando nella stanza da letto del vecchio, svuota i cassetti e trova le tracce di un amore segreto e imprevedibile. Quel contadino scorbutico e brontolone, che sembrava non aver mai dato importanza al figlio diseredato e apparentemente dimenticato, aveva conservato ogni traccia della sua vita. Aveva annotato i voti scolastici di Carlino anno per anno e aveva conservato le iscrizioni di scuola. Aveva ritagliato trafiletti di giornale che parlavano del figlio e tutto ciò che lo riguardava, senza che nessuno lo sapesse.

E così Carlino di fronte a questa incredibile scoperta, non riuscendo a reggere il peso della sofferenza che essa gli provoca, alla fine del racconto, si getta a terra in lacrime:

 “Gesù, aiutatemi: fate che questa angoscia mai mi abbandoni e mi segua per tutta la vita. Fatemi soffrire come egli deve avere sofferto e nessuno mai lo seppe. “Caddero le parole sull’acqua che le portò lontano; ma Dio ne aveva già preso nota. E Campolungo fu salvo, con tutto quello che c’era dentro: la mantella azzurra, le buste coi documenti del figlio Carlo e la vita perduta di un uomo che amò uno dei suoi figli fino al punto di dimenticare gli altri suoi figli, e fino al punto di odiare se stesso”.

Nient’altro che amore, nient’altro che la nostalgia di un bene più grande travolge il cuore di Carlino. Accade tutto nelle ultime righe di un racconto che, per pagine e pagine, sembra rifiutare di incamminarsi verso la conclusione. L’ordigno letterario guareschiano, ancora una volta, esplode nel momento giusto: la storia rischierebbe di diventare troppo lunga se non decidesse di tornare sui suoi passi in cerca del suo vero significato.

Se non fosse così riuscirebbe difficile rileggere un racconto come Mai tardi. Se quel giovanotto nelle ultime battute rifiutasse l’abbraccio del padre, sarebbe troppo ripugnante per meritare l’affetto del lettore. Invece, sorpreso dall’amore, Carlino redime la sua storia e compie un piccolo miracolo. Costringe anche il passeggero più distratto a riprendere il racconto cominciando dal fondo. Forza il lettore a riconsiderare i suoi sentimenti e le sue decisioni alla luce dell’amore che gli ha stravolto il cuore.

Guareschi ha messo molto del suo nella storia di Carlino. Si è rivelato più di quanto abbia fatto altre volte. Perché Carlino è lui, Giacomo Dacò è suo padre, Primo Augusto. L’incomprensione dell’erede di Campolungo è la stessa che lui provò per il padre fino alla sua morte. Fino a che scoprì le tracce della pazienza con cui Primo Augusto aveva seguito la sua vita. Documenti scolastici, quaderni, ricevute, diari, ritagli di giornale: come Carlino. All’improvviso quel padre lontano riuscì a fare il nido nel cuore dello scrittore. Per amare, non è mai tardi.

Una prova umana e letteraria non facile. Certamente incomprensibile per gran parte della cultura moderna, ossessionata dal complesso antipaterno partorito dalla congregazione dei lumi, allevato da Freud  e suicidato dalla debolezza del pensiero contemporaneo. Se avesse voluto fare l’intellettuale Guareschi se la sarebbe cavata a buon mercato invocando gli esempi di Cartesio o di Rousseau, le follie di certi personaggi di Dostoevskij o di Kafka.

Invece, preferì semplicemente leggere il Vangelo. E se si vuole trovare un parente letterario a questa storia viene da pensare all’Ulisse di Joice, la stria lunghissima di un figlio che cerca un padre e di un padre che cerca un figlio. 

L’ostinazione di affermare se stessi viene vinta dall’amore. Un amore gratuito e immeritato che costringe ad alzare lo sguardo e a trovarsi al cospetto dell’altro: del proprio padre e di Dio. Sconvolti dall’amore, il giovane rientra, finalmente, in se stesso e muta per sempre la propria vita. Impara ad affermarsi sacrificandosi, a realizzarsi rinunciando.

Carlino sente nella propria carne e nella propria anima ciò che nessun pensiero solo umano è mi riuscito a concepire: l’Assoluto nel frammento, il Santo fra i peccatori, la Vita nella morte. Solo allora Carlino abbandona la carriola, parla col Signore e gli chiede di diventare come suo padre. Solo qui, a poche righe dalla conclusione Carlino si converte e capisce di doversi lasciare amare senza meritare di essere amato, di lasciarsi salvare senza averne nessun diritto, senza avere un solo punto di sostegno in se stesso.

L’amore nella sofferenza: un altro mistero che l’uomo non piò spiegare senza il Padre rivelato da Cristo e che solo un grande scrittore come Guareschi riesce, in questo passo fulminante, a far emergere in tutta la sua grandezza.


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