Giovannino Guareschi: vizi italiani messi in graticola – di Giovanni Lugaresi

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Non il fioretto, ma la spada e financo la sciabola (mai il pugnale!), non l’ironia, ma il sarcasmo. Queste le armi usate da Giovannino Guareschi quali si manifestano in “L’Italia sulla graticola” (che, curato da Alberto e Carlotta nel 2013, vede la luce oggi, con Prefazione di Alessandro Gnocchi), riferite alla battaglia condotta dalle pagine del Borghese, fondato da Leo Longanesi, poi diretto da Mario Tedeschi e Gianna Preda, nei primi anni Sessanta del Novecento in presenza di una svolta politico-socialculturale e morale-spirituale in Italia e nel mondo.

Come appaiono lontani i tempi dei governi centristi della ricostruzione, pur con i loro limiti e difetti; come appare lontana la Chiesa di Pio XII nell’approssimarsi (e nell’affermarsi) di un neomodernismo che esploderà in tutta la sua virulenza nel nostro oggi. Come appaiono lontane, ancora, le constatazioni-ammonizioni di don Luigi Sturzo, quando indicava nello statalismo, nella partitocrazia e nell’abuso del denaro pubblico, le “tre male bestie della democrazia”. E in queste pagine di polemica senza quartiere, fra parola scritta e vignette, ecco un’emblematica immagine che a quella definizione del prete calatino col quale Guareschi era in sintonia, paiono ricollegarsi idealmente.

Titolo: “Roma: foglio di via obbligatorio”. Si vedono tre anziane, distinte signore vestite di nero, valigetta in mano, che camminano spedite scortate da due poliziotti. Una si chiama Competenza, la seconda Dignità, la terza Onestà. Un passante spiega a un altro: “Vengono allontanate per esigenze di ordine pubblico” – ogni commento appare superfluo.

In effetti, quello che impressiona (soprattutto) in questo volume è, non soltanto la dura polemica anticentrosinistra, una polemica che fa nomi e cognomi: da Fanfani a Moro, da Nenni a (ovviamente) Togliatti, da monsignor Capovilla (già segretario di papa Giovanni XIII) a La Pira, ma il dito puntato contro la corruzione, gli scandali (Banane, Tabacchi, per esempio), lo statalismo dilagante, quello statalismo che in seguito diventerà anche, e pure da parte di esponenti cattolici, “statolatria”.

Sì, ci sono toni forse eccessivi, giudizi forse non proprio sereni, nella polemica di Giovannino, ma come non dargli ragione, per esempio, quando in uno dei tanti colloqui di una nuova “Italia provvisoria” fra i componenti della famiglia Bianchi, stigmatizza quell’andazzo di chiamare paese, e neppure nazione, quella che era stata, e che pur restava sempre la Patria?

Giovannino non era contro il miglioramento delle condizioni di vita degli italiani, dei ceti meno abbienti in primis, solo che non condivideva i metodi: quell’andare a sinistra che significava statalismo, nazionalizzazioni, mortificazione se non castigo dell’iniziativa privata, crisi dell’agricoltura, e poi tasse, e ancora tasse: un andazzo arrivato agli eccessi dei nostri giorni, se un insospettabile Massimo Cacciari in una intervista (“La Verità”, 17 giugno 2019) è arrivato ad affermare: “… Poco fa ero dal commercialista. Lo sa quanto pago di tasse? Il 60%. Sessanta! Si rende conto?”

Politica, costume, religione sono gli argomenti trattati sul Borghese di quel tempo. Con assalti all’arma bianca, a (fra gli altri) Pier Paolo Pasolini, televisione, vera e propria (nuova) barriera di ferro all’interno delle famiglie, negatrice del dialogo, del conversare, di uno stare insieme, insomma, umanissimo e cordiale, al materialismo della gioventù, anche di quella americana, al mito di un benessere privo di anima, e ancora, giù contro miti effimeri del tempo, fra i quali quello di Rita Pavone definita “Divina Ranocchia”!

Uno spaccato, insomma, di quel tempo, e degli umori e malumori di un protagonista critico di quel tempo medesimo. Dove tante speranze sono svanite, se non perdute, dove un partito di ispirazione cristiana stava allontanandosi sempre più dagli ideali, per avvicinarsi (e poi mantenerlo ben saldo) alla gestione del potere… per il potere! E dove, anche, una chiesa sempre più volta a Oriente, dimenticava un uomo perseguitato dal comunismo come il cardinale primate d’Ungheria Mindszenty, in omaggio a quella Ostpolitik che non avrebbe dato risultati, perché il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi “satelliti” sarebbe sopravvenuto con il papato di un polacco: Carol Wojtyla.

Il bel volume si avvale di una dotta, acuta, Prefazione di Alessandro Gnocchi, uno dei più attenti studiosi di Guareschi e vale la pena sottolineare l’incipit del suo testo, a dare subito la misura di una condizione, di uno stato d’animo, quali quelli del Giovannino degli anni 1963-1964.

“A conti fatti, sono tre le prigioni attraverso cui è passato Guareschi nei suoi sessant’anni di vita. Quella dei lager tedeschi, dal 1943 al 1945, che affrontò con il preciso programma di non morire neanche se lo avessero ammazzato. Quella della galera italiana, dal 1954 al 1955, in cui si fece rinchiudere spiegando che, per rimanere liberi, bisogna a un bel momento prendere senza esitare la vita della prigione. E poi quella senza reticolati e senza sbarre, fatta di silenzi, reticenze e censure, che la politica, naturalmente democratica e antifascista, gli costruì attorno nell’ultimo decennio della sua vita con la complicità dell’apparato culturale di riferimento”.

Per non pochi lati, Giovannino pare chiosare-commentare fatti, eventi, fenomeni, del nostro oggi pieno di equivoci, di caos, se, per esempio, in data 28 febbraio 1963 scriveva: “… Quando la confusione avrà raggiunto l’intensità sufficiente, avremo il trionfo completo e clamoroso del regime e non potremo nemmeno raccomandarci l’anima a Dio per non correre il rischio d’essere accusati di eresia”.

Deluso da tanto e da tanti, Guareschi, molto scettico sulle conquiste spaziali, restò comunque, ben radicato nella fede, in questa terza galera, come lo era stato nei lager nazisti e nel carcere di San Francesco a Parma, tanto da scrivere: “… È qui, su questo pianeta, che il Figlio di Dio ha voluto nascere, soffrire e morire come Uomo. Qui sono il nostro passato e il nostro avvenire e qui – non sulla luna – bisogna cercare la soluzione dei nostri problemi…”.

Fonte: Opionioni nuove, ottobre 2019

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