Testi programmatici

Quelli di campagna e quelli di città

Nelle grandi città la gente si preoccupa soprattutto di vivere in modo originale e così saltano poi fuori cose sul genere dell’esistenzialismo, che non significano un accidente, ma danno l’illusione di vivere in modo diverso dai vecchi sistemi. Invece nei paesi della Bassa si nasce, si vive, si ama, si odia, e si muore secondo i soliti schemi convenzionali. E la gente se ne infischia se si trova in una vicenda che è una scopiazzata del “Sangue romagnolo” o di “Giulietta e Romeo” o dei “Promessi Sposi” o della “Cavalleria rusticana” e altre balle di letteratura. Quindi è un eterno ripetersi di vicende banali, vecchie come il cucco, ma alla fine, tirate le somme, quelli della Bassa finiscono sottoterra preciso come i letterati di città, ma con la differenza che i letterati di città muoiono più arrabbiati di quelli di campagna perché a quelli di città dispiace non solo di morire, ma di morire in modo banale, mentre a quelli di campagna dispiace solamente di non poter più tirare il fiato. La cultura è la più grande porcheria dell’universo perché ti amareggia, oltre la vita, anche la morte.

(Da “Giulietta e Romeo” in Don Camillo Mondo piccolo)

 

Il Crocifisso, don Camillo, Peppone e il popolo

Rimase in mezzo alla strada soltanto Peppone, con le mani sui fianchi e piantato con le gambe aperte. Don Camillo infilò il piede del Crocifisso nel supporto di cuoio e marciò diritto su Peppone.

E Peppone si spostò. 

“Non mi scanso per voi, mi scanso per lui” disse Peppone indicando il Crocifisso.

“E allora togliti il cappello dalla zucca!” rispose don Camillo senza guardarlo.

Peppone si tolse il cappello, e don Camillo passò solennemente fra gli uomini di Peppone.

Quando fu sull’argine si fermò.

“Gesù,” disse ad alta voce don Camillo “se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l’argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni tipo di prosperità. 

“Amen” disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone.

“Amen” risposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso. 

Don Camillo prese la via del ritorno e, quando fu arrivato sul sagrato e si volse perché il Cristo desse l’ultima benedizione al fiume lontano, si trovò davanti: il cagnetto, Peppone, gli uomini di Peppone e tutti gli abitanti del paese. Il farmacista compreso che era ateo , ma che, perbacco, un prete come don Camillo che riuscisse a rendere simpatico il Padreterno, non lo aveva mai trovato.

(da “La processione” in Don Camillo Mondo Piccolo)

 

La solita storia 

La storia non la fanno gli uomini: gli uomini subiscono la storia come subiscono la geografia. E la storia, del resto, è in funzione della geografia. 

Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi e, così facendo, si illudono di dare un corso diverso alla storia, ma non modificano un bel niente, perché, un bel giorno, tutto andrà a catafascio. E le acque ingoieranno i ponti, e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere; crolleranno le case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra. E i superstiti dovranno lottare a colpi di sasso con le bestie e ricomincerà la storia. 

La solita storia.

Poi dopo tremila anni, scopriranno, sepolto sotto quaranta metri di fango, un rubinetto dell’acqua potabile e un tornio della Breda di Sesto San Giovanni e diranno “Guarda che roba!”

E si daranno da fare per organizzare le stesse stupidaggini dei lontani antenati. Perchè gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche. E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l’ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all’aria. 

(Da “Qui con tre storie e una citazione si spiega il mondo di Mondo Piccolo” in Don Camillo Mondo piccolo)

 

Ritorno a casa

La piazza rimase deserta. Le lampade erano immobili perché non soffiava un alito di vento.

Alle due e un quarto un enorme fantasma nero scivolò fino al margine della piazza e qui si fermò. Un uomo uscì dall’ombra del fantasma e, arrivato al centro della piazza, ristette. 

Ad un tratto la lama di una voce altissima forò quel silenzio. E la voce aumentava sempre più di volume fino a diventare un canto pieno e dispiegato. Un canto che percorse rapido il porticato attorno alla piazza, poi volteggiò nel cielo e riempì la notte. 

Tutta la gente si svegliò e dischiuse le finestre e dalle fessure rimirò sbigottita Emporio Piataciò che era tornato indietro e che ora cantava in mezzo alla piazza deserta. 

Uno, due, cinque, dieci arie; l’una dopo l’altra, una più difficile dell’altra e l’ultima fu proprio quella che Emporio aveva dovuto interrompere, alcune ore prima nel salone: Celeste Aida.

Quando arrivò all’acuto, là dove era esplosa la stecca, la voce balzò sicura all’arrembaggio di quella nota che, forse, nessuno era riuscito mai a sfiorare e l’agguantò saldamente per il lungo gambo e la colse come fosse un fiore, la depose davanti alla saracinesca polverosa del negozietto che portava scritto sull’insegna scolorita: 

GIOSUE’ BIGATTI 

& FIGLIO 

EMPORIO

Articoli Casalinghi 

Poi Emporio Pitaciò tornò dentro la sua grossa macchina e disparve. Nessuno fiatò, le gelosie riaccostarono silenziosamente e don Camillo, che anche lui si era levato ad ascoltare, tornò a letto e sussurrò: “Gesù fate che le anime dei suoi vecchi l’abbiano sentito.”. 

(Da “Emporio Pitaciò” in Don Camillo e il suo Gregge)

 

La carezza di Dio

Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anch’esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per levigare il più piccolo di miliardi di sassi in fondo all’acqua c’eran voluti mille anni. 

E soltanto fra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto. 

E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per fare cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.

(Da “Giallo e Rosa” in Don Camillo Mondo Piccolo) 

 

Signora Germania

Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. 

È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi.

E questo è niente ancora, signora Germania:perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.

Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E inutile, signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’èanche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione, il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustiziadivina.

Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira, farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.

L’uomo è fatto così, signora Germania: di’ fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno.

E questa è la fregatura per te, signora Germania.

(Da “Diario Clandestino”)

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