Giovannino Guareschi: cinquant’anni dopo – Paolo Gulisano

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C’è una Letteratura che racconta la Storia, che racconta l’uomo, e infine che racconta di Dio e della Grazia. Di questo tipo di Letteratura l’Italia ha avuto esponenti sublimi, da Dante a Manzoni ad Eugenio Corti, fino a un personaggio che è stato ed è tuttora lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo: Giovannino Guareschi. Per raccontare Guareschi non basta un articolo: è appena sufficiente un dossier, come quello che l’ultimo numero del mensile Il Timone gli ha dedicato, toccando vari aspetti della ricchissima personalità dello scrittore della Bassa morto giusto 50 anni fa, il 22 luglio del 1968. Guareschi aveva solo sessant’anni, troppo pochi per andarsene, per lasciare i suoi affezionatissimi lettori, per lasciare la moglie Ennia e i figli Alberto e Carlotta, per lasciare le sue battaglie giornalistiche, politiche e civili.

Se ne andò in una calda estate, poco prima dell’invasione della Cecoslovacchia, poco prima che il pestifero ’68 si scatenasse in tutta la sua furia. Se ne andò dopo aver regalato al mondo la saga di Mondo Piccolo, ovvero Don Camillo & Peppone, che era diventata nel corso degli anni anche una straordinaria serie cinematografica, che aveva avuto il solo torto di annacquare i contenuti forti e profondi della scrittura di Guareschi, relegandolo – agli occhi della critica che lo avversò sempre- al semplice ruolo di umorista.

In realtà Guareschi fu molto di più: fu grande narratore che seppe descrivere come nessun altro l’Italia del Dopoguerra, l’Italia profonda della Provincia, e ancor di più: che seppe descrivere con semplicità e verità ciò che si agita nel cuore dell’uomo.

Oltre all’attività giornalistica, oltre ai tanti racconti di Don Camillo, c’è un ulteriore Guareschi da riscoprire: è lo scrittore che -forse più di ogni altro- ha rivolto la propria attenzione alla famiglia, tanto che si può parlare di Giovannino sia come di uno scrittore per la famiglia, ma anche di scrittore della famiglia: In tutta la sua opera c’è grande attenzione, rispetto, amore, per il rapporto tra genitori e figli, tra sposi, persino tra nonni e nipoti. Un autentico ciclo di racconti di vita familiare, che inizia fin dai primi anni quaranta, ossia dalle prime pubblicazioni del nostro, quando compaiono i primi racconti che hanno per protagonista una famiglia -quella dello scrittore stesso- con sua moglie Ennia col nome d’arte di Margherita, e i bimbi che diventano essi stessi personaggi coi nomi di Albertino e della celeberrima, terribile e simpaticissima Pasionaria, alter ego letterario di Carlotta.

Più tardi si aggiungerà il cane Amleto , e negli ultimi racconti anche i nipotini, una volta che Albertino e la Pasionaria saranno irrimediabilmente divenuti adulti ed essi stessi genitori: la Fenomena, la Vice-Fenomena, Michelone, nonché il personaggio vividissimo (autentica icona del suo tempo) di Giò, la collaboratrice familiare degli anziani Guareschi, ragazza diciottenne affascinata dalla cultura beat e dai suoi miti, ma ancorata alla saggezza antica della vita del suo paese dell’Appennino Emiliano.

I racconti di vita familiare si dispiegano così da “Lo Zibaldino” pubblicato nel 1948, al “Corrierino delle famiglie”, a “Osservazioni di uno qualunque”, a “Vita con Giò”, uscito postumo e che raccoglie gli ultimi racconti, quelli che uscivano sul settimanale Oggi, che vide le sue ultime collaborazioni, non senza qualche difficoltà.

Qualcuno potrebbe forse sostenere che il Guareschi “familiare” sia un Guareschi minore, di secondaria importanza rispetto a quello di maggior successo, tradotto in diverse lingue, o rispetto al polemista, all’uomo che sferzò con la sua penna Togliatti e De Gasperi. Non è affatto così: in questi racconti il lettore trova il modo di riconoscersi nei fatti descritti, nelle sorti buone e cattive di quella realtà naturale così peculiarmente umana che è la famiglia, luogo dell’appartenenza non solo ad una storia, a legami di sangue, ma anche alla verità di se stessi.

Oggi, dopo qualche decennio di attacchi subdoli o espliciti –comunque pesantissimi- all’istituzione familiare, ai più

sembra che la famiglia sia semplicemente un insieme di problemi, mentre Guareschi ci mostra che essa è una bellissima avventura da vivere.

Vincere il male con il bene. Distruggere ciò che è cattivo per far posto a ciò che è buono: questo fu il segreto di Guareschi. Lo aveva dimostrato nei campi di concentramento nazisti dove era stato imprigionato dal 1943 al 1945.

Lo dimostrò fino alla morte, nella vita e nelle opere.

Guareschi decise di non assistere impotente al dilagare della corruzione, del materialismo consumista, del degrado delle virtù civiche. Come ha scritto Edmund Burke: “La sola cosa che serve al male per trionfare è che gli uomini non facciano nulla per il bene”. Giovannino così decise di opporsi al male, facendo del bene per arginare la penetrazione del male nella terra buona e sana. Quel bene che ci viene dai suoi libri, dai suoi articoli, dall’esempio della sua vita.

Paolo Gulisano

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