Omaggio a Giovannino, un racconto di Fabio Garuti

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Omaggio a Giovannino 

Riportiamo qui sotto il bel racconto dell’amico Fabio Garuti, pubblicato sul Fogliaccio nel dicembre del 2015 con l’introduzione di Alberto e Carlotta:

Nostro padre descrisse la terribile alluvione del Grande fiume che aveva colpito nel novembre 1951 anche le terre del Mondo piccolo in alcuni racconti dove i protagonisti erano don Camillo, Peppone e la loro gente, “inventando il vero” come suggeriva Giuseppe Verdi. L’amico Fabio Garuti di Mirabello Ferrara racconta il terribile terremoto che ha sconvolto l’Emilia nel maggio 2012 e distrutto la chiesa del suo paese dedicata a San Pietro. E, come fece nostro padre e in suo omaggio, “confonde” il racconto il racconto con realtà che, scrive Fabio Garuti, “è naturalmente trascolorata in quel mondo piccolo che, nel profondo del cuore, chiama ciascuno di noi ai sentimenti, alle scelte e alle azioni più vere.” Ecco quindi che le drammatiche conseguenze del terremoto del 2012 vengono affrontare dalla gente di Mirabello affiancata da don Camillo, Peppone e dalla loro gente.

Fabio Garuti scrive: “Nel cuore ancora coltivo il sogno di ricostruire la nostra chiesa” e noi auguriamo a lui e alla gente di Mirabello che questo sogno possa realizzarsi al più presto. 

In quella fetta di terra tra il monte e il grande fiume, là dove d’estate il sole batte a picco come un maglio sulla testa della gente, scaldandone il cuore e le idee, e d’inverno la nebbia avvolge ogni cosa nel silenzio ovattato e umido che penetra fino alle ossa, sì che sembra che nulla debba mai accadere in quelle case basse ed immense, sperse per i campi ordinati e puliti, in una notte di maggio come tante altre piacque, a quella terra, fare un tiro mancino ai suoi abitanti. 

Non si sa come, non si sa perché, ma mentre ciascuno dormiva nel proprio letto tutto cominciò a tremare. Dapprima fu un lieve tremito, poi nel volgere d’un baleno ogni cosa, ed ogni casa, presero a ballare, a saltare, a scuotere e ondeggiare, e dopo infiniti secondi la gente, sversata nelle strade e nelle piazze dalla paura e dal boato, si guardò attorno. 

E vide che nulla sarebbe più stato come prima. Subito tutti, anche i più rossi compagni, nel profondo del loro cuore ringraziarono Dio perché nessuno, del paese, mancava all’appello. Restava la conta dei danni, immensi, che il terremoto aveva provocato, eruttando dal suolo anche sabbia liquida del fiume che, anticamente, passava sulla via principale. Restava la paura, lo sgomento, il dolore che per mesi, per anni avrebbe accompagnato quelle brave persone, nel cuore di ogni notte, ad ogni rumore improvviso, ad ogni tremito.

E tra i danni più violenti, più dolorosi, più evidenti e gravi tutti volsero subito lo sguardo e  il cuore alla chiesa, la loro grande chiesa da tanti criticata per le proporzioni immense e il campanile orgoglioso. La torre, già abituata ad ondeggiare al suono dei bronzi, aveva retto l’urto, e ci aveva rimesso “solo” il cupolino. “Che vuoi che sia!” disse subito il Brusco, riunito assieme agli altri capimastri e muratori del paese accorsi a vedere. “Lo tiriamo giù e ne facciamo uno uguale uguale. L’importante è recuperare la croce, ma quella è di ferro e danni non ne ha avuti. Per il resto abbiamo i disegni e lo rifaremo così com’era”. Il Brusco era pur sempre il Brusco anche se era scalzo e infangato fino ai capelli, e nessuno osò fiatare. Il guaio grosso era l’edificio sacro. Abside, presbiterio, transetto; tutto era crollato, ed ora il cielo, quello vero, splendeva nel sole di quella triste alba.

Don Camillo, uscito salvo per miracolo dalla vecchia canonica, guardava le macerie, ed una angoscia profonda gli stringeva il cuore. Egli non riusciva nemmeno ad immaginare cosa sarebbe potuto accadere la domenica mattina, con le famiglie, i bambini, gli anziani… non pensava a sé ma al suo gregge. Quelle pietre avrebbero sepolto un intero paese, invece grazie a Dio erano tutti salvi. “Ma Voi, Signore, Voi siete lì sotto mentre noi siamo qui a parlare!”, si disse. Le sante Messe del giorno ormai erano saltate. “Perdonateci, Signore, – si disse mentalmente-, oggi non è per pigrizia se non canteremo la vostra lode!”. Però qualcosa si poteva ancora fare, anzi: si doveva.

Peppone, per la prima volta in vita sua senza fazzoletto rosso d’ordinanza al collo, aveva già attorno le facce più dure della casa del popolo e si stava impegnando sulla piazza ad organizzare i primi soccorsi e le necessità più urgenti (bisognava mandare lo Smilzo ad avvisare quelli di città, il prefetto, il questore, tutti buoni solo a produrre carta ma se non li chiami ti alzano certe lagne…!). Nel frattempo don Camillo radunò subito una squadra di giovanotti che, avendo avuta salva la pelle, la casa e la stalla, si erano subito messi a disposizione.

“Tu – disse al figlio più grande del Filotti – vai coi tuoi dal sindaco e ti metti a sua completa disposizione. Vedete di procurarvi badili, pale, carriole, dei carri per i trasporti e, se riuscite, altre braccia. Insomma, il militare l’avete già fatto tutti, perciò muoversi e filare!”. Il tono di voce di don Camillo, anche se era in calzoni e camicia da notte, non lasciava spazio a dubbi od equivoci, e tutti corsero come lepri. Peppone, lì vicino, aveva sentito tutto. “Cosa fate voi, lì, mammalucchi?” disse ai suoi. “Seguite il reverendo! Voglio che siate come la sua ombra; so ben io, quello lì, dove vuole andare, ma da solo, anche se è forte come un elefante e testardo come un mulo, non ce la può fare.” gridò. E non aggiunse altro. I due si guardarono un attimo, come sempre, come a scuola, come alla Chiavica Vecchia quando c’era da spartire il bottino, come nel ’17 in trincea, nel ’43 in montagna, nel ’48 in piazza. E si capirono al volo. D’altronde, non c’era molto altro da aggiungere.

Don Camillo si inerpicò sulle macerie dietro l’edificio. In chiesa c’erano ancora quadri, statue, banchi. A quelli si sarebbe pensato dopo. Adesso, per capire dove prima c’era l’altare, bisognava girarsi verso il popolo e mirare alla porta d’ingresso della chiesa. Don Camillo così fece, incrociando poi con lo sguardo la porta della sagrestia, che era rimasta più o meno in piedi. “Qui!” disse perentorio. 

E mentre la squadraccia dei rossi cominciava a scavare, sapendo bene Chi cercava, là dove tutti avevano fatto i chierichetti ricevendo generosi scapaccioni dal parroco non appena sbagliavano la risposta alla messa, don Camillo iniziò a pregare. “Signore, se proprio deve tutto crollare, aspettate almeno ancora un attimo, che Vi tiriamo fuori. Poi, sia fatta la Vostra volontà!”. E invocava anche san Michele, perché mandasse un paio d’angeli a reggere alcune pietre che, dal mozzicone di volta, parevano dover cadere da un momento all’altro. Dalle macerie gli rispose la voce del Cristo crocifisso. “Don Camillo, sei proprio sicuro che io debba aspettare un attimo, nel compiere ciò che vorrei eventualmente fare?”. Don Camillo, dimentico d’essere in camicione da notte, gli rispose senza esitazioni. “Sì, Signore!” e di fronte a tanta sicurezza, a tanta semplice e genuina Fede, anche il Cristo non seppe cosa ribattere. Però sorrise.

Così, mentre lo Smilzo correva in città, il Brusco prendeva le misure al cupolino e al municipio, e Peppone decideva un sacco di altre cose, don Camillo pregava sulle macerie della sua chiesa, assieme a venti uomini che cercavano Qualcuno.

Gli ci volle quasi un giorno intero per rimuovere le travi che erano crollate dall’alta cupola sull’altare ed aprirsi un varco, una sorta di grande cono tra pietre e pezzi di marmo, ma alla fine arrivarono su quello che rimaneva dell’altare: un moncone di muro stritolato, svestito dei suoi marmi, irriconoscibile.

 “Don Camillo!, don Camillo!” gridarono all’improvviso.

Don Camillo, col cuore in gola, si precipitò. Nulla era rimasto di ciò che ricordava così bene, ma Lui era sempre là, nella Sua casa. Incastrato tra i mattoni, il tabernacolo sembrava un cartoccio di lamiera, e all’interno anche la pisside era ormai irriconoscibile, schiacciata com’era anch’essa da quel tragico abbraccio. Ma tra la polvere, il cemento e il ferro dorato le Ostie consacrate, ancora bianche, erano ben visibili, frammiste al laterizio. Parve a don Camillo di essere come al santo sepolcro, come la Maddalena. Ed era la sua chiesa. 

“Signore, la Vostra casa!” mormorò tra il pianto.

Alla sacrestia corse egli stesso, a prendere il velo omerale, mentre i ragazzi, che avrebbero senza paura affrontato a mani nude un reparto di celerini al completo con Scelba in persona in testa al plotone, se ne stavano inginocchiati attorno, col cappello in mano. Don Camillo arrivò col fiatone, ma aveva trovato il tempo di vestirsi da prete, come per i giorni solenni. Era pur sempre la sera della domenica dell’Ascensione. Con mani tremanti estrasse la pisside schiacciata dalle macerie, senza forzarla ed anzi cercando, con la massima cura, altre Ostie attorno. Poi, avuta la certezza che nulla era rimasto del Santissimo Sacramento, avvolse tutto nel velo. Mariolino della Bruciata faceva da chierico, e gli porse gli altri paramenti.

“Tu, tu e voi altri tre; se non ricordo male, prima di iscrivervi a quel partito di senza Dio sapevate suonare le campane in maniera appena decente. La chiave sapete dov’è. Filate su. Non è venuto giù con le bombe né col terremoto, non sarà una suonatina a farlo crollare adesso. Il cupolino è crepato, d’accordo, ma è armato con dei tondi del 24; aspetterà anche lui. Badate, dovete suonare come se venisse non il Vescovo, ma il Papa in persona! Voglio che sentano fino alla città. Via!”.

Non se lo fecero ripetere due volte. E la gente, dai campi, dalla piazza, dalle case, dalle tende in costruzione per accogliere gli sfollati, sentendo suonare le campane si volse a quel suono. Ancora con la paura nel cuore, abbandonò le proprie occupazioni per andare a ringraziare della vita salvata, che in mezzo a tutta quella distruzione acquistava un senso e un valore diverso.

La processione uscì da dietro le macerie; Mariolino aveva recuperato l’ombrellino, giacchè non c’era modo di utilizzare altro. Peppone si tolse il cappello e si mise in testa agli uomini. Aveva avuto l’ottima idea di recuperare la croce in ferro che prima se ne stava lassù in alto, sul timpano della chiesa, e con le scosse si era divelta, crollando. Con essa apriva il corteo. Come pesava, quella croce! Pareva più leggera quando suo padre, nel ’16, la forgiò nella loro officina prima che lui partisse per il fronte. Peppone la brandì come uno stendardo, la alzò ancora più in alto, e si voltò indietro. Don Camillo, che reggeva le Ostie avvolte, lo vide, e gli fece un cenno con la testa, come a dire: fai tu. E Peppone fece lui.

Le bronzine delle campane quasi fondevano per lo slancio e la vigoria dei suonatori, che si capivano al volo come ai vecchi tempi. La processione, sebbene fosse ormai sera tarda, si snodò per tutte le vie del paese; chi non poteva unirsi si affacciava dalle finestre e si segnava al passaggio e quando ogni via ed ogni strada fu percorsa a Peppone parve naturale fermarsi davanti alla casa del popolo, che essendo una costruzione recente e robusta non aveva riportato danni. Il Bigio, che era il custode, senza farsi tante domande aveva sgomberato l’altarino elevato l’anno precedente in memoria del “padre dei popoli” (che però era morto). In verità quei lavori erano riusciti utilissimi per murare di nascosto, dietro i drappi, una piccola cassaforte per i fondi della sezione comunista, i documenti riservati ed altra mercanzia del genere, più o meno lecita. Fu lasciato solo il drappo, opportunamente scostato per accedere alla cassaforte. Don Camillo, dopo aver dato l’ultima benedizione al paese e alla sua gente, entrò seguito da Mariolino con l’ombrello. Dentro c’era tutto lo stato maggiore, compreso Peppone che, sudando come una locomotiva, reggeva ancora la croce di ferro. Don Camillo lo guardò, poi guardò la cassaforte, socchiusa, poi tornò a guardare Peppone, meno benevolmente.  La aprì, senza dir niente, e là depose il vero Tesoro del paese. Poi, soddisfatto, si girò verso Peppone e gli disse: “Finalmente questo fabbricato servirà a qualcosa. Complimenti, signor sindaco!”.

In verità non bisogna pensar male di queste parole, don Camillo le disse col cuore colmo di gioia. Ma Peppone, fumante per lo sforzo compiuto, non ne colse il profondo significato e gridò: “Se lei, anziché essere un emissario dell’America, fosse semplicemente un prete cristiano, parlerebbe con un po’ più di carità!”. E anche lui non aveva tutti i torti. Ma uscendo, mentre non visto si segnava, gli venne da pensare: e dove potevamo metterVi se no, Signore? Così, almeno, siete ancora in mezzo a noi.”

E fu così che, pur tra mille difficoltà, la vita ricominciò nel paese. Gli anni passarono, e ce ne vollero davvero tanti per mettere mano e ricostruire ogni cosa, e le passioni accesero come sempre i cuori e, quando non bastava un ragionamento lineare sul da farsi, da dietro una siepe spuntava un palo di gaggia, per risistemare le idee all’interno delle teste più confuse.

La casa del popolo divenne la “chiesa” del popolo fino a quando ogni casa ed ogni famiglia non tornò al suo tetto, e là dove prima si onorava il “padre dei popoli” ora era custodito il Salvatore dell’universo intero. La chiesa fu finita per ultima, tanto c’era quella provvisoria, e il Cristo restaurato ritornò sull’altare maggiore, rifatto da nuovo più bello di prima, e quando si fece l’inaugurazione venne persino il vecchio vescovo, che ormai era davvero molto vecchio e acciaccato ma non si volle perdere una festa così grande e così bella.

Sull’argine del fiume, mentre l’acqua in basso passava lenta,  un angelo, quello mandato da san Michele a reggere le pietre della volta, raccontava queste cose, seduto su un sasso, ad una Signora vestita di scuro. Sorridendo a suo  modo, persino Lei disse: “Però, com’è bello questo Paese!”. E per quella volta, passò oltre.

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