Il volto nascosto di Giovannino Guareschi – “l’Incompiuta”

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Lo scrittore dietro ai racconti:


chi era, cosa pensava, come viveva il padre di don Camillo e Peppone attraverso curiosità, aneddoti e citazioni.

Milano. E va bene, Milàn l’è ‘n gran Milàn. Ma vogliamo mettere Milano con la Bassa? E così, nell’anno del Signore 1952, Giovannino Guareschi decise di tornare a casa. Non proprio nella Bassa profonda dove era nato perché, con le strade e le macchine di allora, il viaggio per Milano dove comunque lo chiamava il lavoro non sarebbe stato certo agevole. In ogni caso, andò a cercare il posto giusto in una Bassa seria, ammesso che ce ne possa essere una di mezza via. Approdò in piena terra verdiana, comune di Busseto, frazione di Roncole, proprio dove aveva visto la luce il Peppino di quelle parti, il Maestro.

Milano sarà pure stata ‘n gran Milàn, ma non era più quella di una volta. Non era più la città a misura di ogni cuore che vi avventurasse che il giovane Guareschi aveva scoperto con Margherita. Lo scrittore lo spiegava su “Candido” nel “Diario postumo” in quel 1952:

“Da vent’anni io abitavo e amavo questa grande e generosa città. (…) pur essendo turbinosa e presa dalla febbre del lavoro, Milano per anni e anni seppe ancora sorridermi serena e cordiale dai vecchi giardini ottocenteschi delle antiche case padronali, da certe viuzze dove l’ombra dei secoli aveva velato i mattoni corrosi e le pietre”.

“Ma poi vennero gli assessori democratici all’edilizia e la città cadde in potere delle imprese costruttrici. Una colossale, orrenda, terrificante valanga di cemento si riversò sopra Milano e seppellì le piante dei giardini, colmò i cortili, gli spiazzi. Enormi casamenti nuovi spuntarono come funghi un po’ dappertutto: di altezza smisurata, repellenti di aspetto. Un bel giorno non ne potei più. (…) Preparai la fuga”.

Perciò si mise in cerca del pezzo di terra giusto nel posto giusto e finì per trovare l’ettaro che, nel “Corrierino della famiglie” tanto inquietò Margherita.

E cominciò la costruzione di una casa che avrebbe dovuto essere la copia esatta di quella della bisnonna Filomena e, invece, risultò la fantasmagorica riproduzione dei ricordi e dei sogni del piccolo Giovannino. Una casa che cominciò a essere modificata il giorno stesso in cui venne abitata e non trovò mai pace. Tanto che Margherita, con sensibilità lirica degna dell’ambiente, la chiamò l’Incompiuta

Giovannino con Amleto e la sua casa, l’Incompiuta

Chi si aspettava che lo scrittore famoso arrivato dalla città si sarebbe fatto la villa da contadino arricchito rimase deluso, L’unica stramberia stava nel fatto che, dopo aver tirato su un edificio normale, il padrone cominciò a lavorare di squadra, matita e mattoni e ci prese un gran gusto nel ritoccare, nel migliorare, nell’abbellire, nell’aggiustare. Muratori, carpentieri, falegnami, lattonieri, vetrai e artigiani di ogni ramo, in quel cantiere che non chiudeva mai, trovarono l’America.

In ogni caso, l’anima dell’Incompiuta fu sempre e comunque quella della vecchia casa della bisnonna Filomena. Una casa incantata, senza luce elettrica, con l’acquaio al posto del lavandino, densa di odori e scura al punto giusto.

 E i giornalisti di mezzo mondo gli facevano la posta per scoprire come viveva uno degli scrittori più famosi del pianeta. Immaginavano chissà quali alchimie intellettuali nella sua testa. Ipotizzavano chissà quali raffinati conversari con i frequentatori della casa.

 “Parlavamo del lampadario di casa nostra che non voleva saperne di star attaccato al soffitto con la catena giusta. Oppure della scala di legno che da noi era riuscita proprio bene e a casa del signor Guareschi mica tanto” ricorda la signora Ida Frondoni, che con il marito Paolino era tra gli amici più intimi di Giovannino e famiglia. “Lui era così. Non parlava con nessuno di letteratura o di giornalismo. Non erano cose che lo interessassero troppo. Preferiva le cose concrete. Non soprei come definire un uomo come il signor Guareschi. Era… era… era un operaio”.

Proprio così, lo scrittore più celebre all’epoca era un operaio, mica un frequentatore di salotti. D’altra parte, con quelle braghe di fustagno, le camicie a quadri e le giacche a coste larghe, giusto in officina o nei campi poteva andare. Al vertice della mondanità poteva giusto starci la ferramenta o il consorzio agricolo. Non gliene importava nulla dei salotti. Se qualche cosa poteva turbare i suoi sonni era il funzionamento delle fattorie modello che aveva progettato e andava realizzando sulle orme di suo padre. Tutta roba pensata e studiata nei minimi particolari che rendeva più in soddisfazione e che in soldi. Ma gli si illuminavano gli occhi al solo pensarci.

Da Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di Peppone e don Camillo, di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, PIEMME. (Per gentile concessione)

Questo era il mondo piccolo di uno dei più famosi giornalisti del tempo. Un mondo eccentrico, certo, ma puro e semplice come il suo autore, che fu in grado di passare attraverso il male, la corruzione, la sporcizia del mondo moderno senza rimanerne asservito. Così libero da poter tornare a casa e rimanere se stesso.


1 Comment

Ricciardi Filippo · Febbraio 14, 2019 at 3:31 pm

Guareschi era unico! Peccato che quella parte d’Italia bigotta e ammalata di politica non lo capì, anzi non lo volle capire per…partito preso! Guareschi andrebbe letto nelle scuole, andrebbe letto e spiegato. E sono convinto che i ragazzi che vanno a scuola, diciamo dalle medie in poi, lo capirebbero, lo amerebbero. Abbiamo avuto uno scrittore italiano tra i più tradotti al MONDO! Tra i più amati! Quando si traduce un Don Camillo in coreano, in russo, in polacco, vuo, dire che qui in Italia qualcuno s’è perso qualcosa di straordinario…Ma forse anch’io sono un merlo che canta su un ramo…e giù in basso mi scambiano per un cornacchione…

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