Il mondo a disegni – Un’Italia provvisoria

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La genialità multimediale di Giovannino Guareschi raccontata attraverso illustrazioni, disegni e vignette.

Scoppiata la pace, Guareschi, come migliaia di italiani di più o meno sana e robusta costituzione, era tornato a casa dai campi di concentramento. Tornato per modo di dire perché la casetta milanese che aveva messo su con la moglie Ennia era crollata sotto i bombardamenti americani. Ma questo poco importava perché a Marore, fuori Parma, in casa dei genitori, c’era posto a sufficienza per ospitare la sua famiglia.

Il dopoguerra era cominciato e bisognava decidere che cosa fare. Per prima cosa, Giovannino prese sua figlia e la portò fino a Parma al caffé del suo amico Tonino Scotti, la mise su un tavolo rimase silenziosamente, dolcemente in contemplazione di quell’affarino a cui aveva pensato ostinatamente su nei Lager. Poi si rimboccò le maniche con l’energia di uno che deve ripartire da zero. Cosa facilissima dato che non aveva più niente. Niente casa, niente lavoro, niente soldi: niente. Ripartì collaborando con un nuovo settimanale, Tempo perduto, in cui ritrovò amici colleghi di untempo come Giovanni Mosca e Gilberto Loverso. Loro salutarono il suo arrivo con un pezzetto intitolato “I baffi di Guareschi” che diceva così: “Nino Guareschi è tornato dalla Germania dopo due anni giusti di concentramento. E’ ancora il nostro saldo Giovannino di un tempo, ma il nostro sguardo gira invano attorno a lui cercando quel bel grasso che lo tondeggiava. In compenso, c’è un paio di baffi: baffi da chaffeur parigino o da commissario di P.S. tipo siculo-pirandelliano. Salutando Guareschi salutiamo anche i suoi baffi. Abbracciando Guareschi abbracciamo anche i suoi baffi di concentramento”.

Dopo Tempo perduto, fu la volta del quotidiano Milano Sera, diretto da Gaetano Afeltra. Ma fu questione di poco tempo. Un uomo di destra come Guareschi non poteva sentirsi a suo agio in un giornale legato alla sinistra social-comunista, dove, oltre tutto, non era neanche ben visto. Il 3 ottobre 1945, lo scrittore si vide recapitare un breve ma eloquentissimo messaggio di Angelo Rizzoli: “Caro Guareschi. Da tempo non ho sue notizie. Quando potremo vederci per parlare del nostro giornale?”. E nacque Candido: era il Natale del 1945. Guareschi e Mosca alla direzione e Giaci Mondaini come vice. La base di partenza era quella del Bertoldo. Umorismo, satira, costume ai quali venne aggiunta una buona dose di politica. Ben presto arrivarono i collaboratori del vecchio quindicinale di Rizzoli, Manzoni, Metz, Simili, Palermo, Molino, del Buono,Bianchi. Negli anni successivi si sarebbero aggiunti Leo Longanesi, Giovanni Cavallotti, Lorenzo Bocchi, Enrico Mattei, Enrico Piceni, Eugenio Gara, Ferdinando Palmieri, Cesare Angoletta.

In un’Italia talmente incerta da essere un’Italia provvisoria, gli italiani tirarono fuori tutta la loro arte di arrangiarsi, specialmente in politica. Annusavano il vento e andavano dove soffiava più forte. Il primo numero di Candido affondò i canini in questo malcostume. In prima pagina portava una vignetta di Walter Molino in cui un uomo era intento a scrivere su un muro “Abbasso Parri”. Ma alle sue spalle un signore gli spiegava: “No, è tutto cambiato da una settimana! Adesso si deve scrivere abbasso De Gasperi”. Se qualcuno si fosse chiesto come un fenomeno simile fosse possibile, avrebbe avuto risposta in una vignetta di Guareschi dell’aprile 1946 intitolata “Erano due, dunque!”. Due uomini, guardando il mondo da una mongolfiera, vedevano con stupore due Italie, cosicché uno di loro concludeva: “Ecco, guardando di quassù uno si spiega la faccenda dei 45 milioni di fascisti e dei 45 milioni di antifascisti”.


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