Un giretto in bicicletta

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«E, inforcata la bicicletta, sono fuggito. In mutande, sì, in mutande. E così ho cominciato quello straordinario giro ciclistico che dovrebbe farmi transitare, pedalando trionfalmente sulla mia superleggera, per Parma, Bologna, Cesena, Riccione, Rimini, Ravenna, Ferrara, Verona, Brescia, Bergamo.»

Nel 1941 Giovannino Guareschi aveva finito di scrivere La scoperta di Milano, il suo primo libro di successo. Durante quell’estate aveva inoltre pubblicato sul Corriere sei articoli raccolti in un reportage chiamato Un giretto in bicicletta, composto da racconti e cronache raccolte durante un giro ciclistico tra Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Da quel viaggio era tornato con belle storie e ispirazione e i racconti nati al passaggio nella sua terra erano così carichi di nostalgia che non è arduo immaginarlo dolcemente indifeso al richiamo delle arie verdiane appostate in piazza Carlo Erba.

Ai lettori che chiedevano sue notizie nella rubrica Il Cestino del Bertoldo rispondeva in maniera telegrafica: potevano saperne di più leggendo le sue ciclocorrispondenze sul Corriere della Sera – Edizione del pomeriggio: «“Per combattere i malefici effetti della vita sedentaria” ho spiegato alla signora che fino a un certo tempo perfettamente a me sconosciuta, diventò poi mia parente “occorre fare molto moto. Perciò quest’estate mi darò principalmente al turismo”. «Le ho accennato l’itinerario di un mio progettato viaggetto: Milano, Parma, Bologna, Cesena, San Marino, Riccione, Ravenna, Ferrara, Verona, lago di Garda, lago d’Iseo, lago di Lecco, lago Maggiore, lago d’Orta, Sesto Calende, Milano. Un complesso di milleduecento chilometri saggiamente rallegrato da convenienti soste di uno o più giorni. «“Vie Consolari, ponti, monumenti illustri, acque azzurre dolci o salate, luna, tramonti, albe rosate, repubbliche, pescheti, Promessi sposi, Francesca da Rimini, paludi, autostrade, Re Teodorico, orridi di Bellano, funicolari: quante mirabili cose in questi milleduecento chilometri!” ho esclamato alla fine. “E quanta salute.” «“Combattere la vita sedentaria stando seduti in treno per milleduecento chilometri, non mi sembra una cosa straordinariamente felice” ha notato la esimia signora. «“Certamente” ho ammesso “qualora io viaggiassi in treno la tua obiezione sarebbe saggia. Ma io non viaggerò in treno: viaggerò servendomi esclusivamente di una bicicletta”. (…) «Si può addirittura affermare che la bicicletta è la mia seconda patria. Per l’amore che porto a questo popolare, economico e fascinoso mezzo di locomozione, io ho abbandonato la dolce signora che inventò Albertino (altro piccolo, popolare, divertente ma dispendioso mezzo di locomozione) e mi sono sparso per le sconosciute strade dell’Italia superiore, sfidando pianure, mari, monti, paludi, fiumi, laghi e paracarri.» .

Con buona probabilità in quel 1941 Guareschi capì di appartenere alla razza solitaria dei narratori e di dover tornare nella sua Bassa in cerca di storie da raccontare. Cronache del cielo e della terra come quelle di Verdi. Don Camillo, Peppone e le altre creature di Mondo piccolo sarebbero venuti anni luce più tardi, dopo una guerra e una prigionia. Ma non sarebbero nati se quel ragazzone, che aveva qualche chilo di troppo e non portava ancora i baffi , non avesse progettato di fare della sua opera letteraria un solenne ritorno a casa.

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