Mondo piccolo: tutta colpa di un ritardo in tipografia!

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Le tipografie di una volta: bisogna esserci stati, nelle tipografie di una volta, per sapere che cosa erano. Luoghi in cui forza bruta e levità, sentimento e ragione, calcolo e poesia si davano convegno per cavare ogni giorno, ogni settimana, ogni mese quel miracolo che è un giornale. Non c’è giornalista perbene che abbia frequentato una tipografia e non abbia almeno un po’ di timore del tipografo. E non c’è tipografo perbene che non abbia almeno un po’ di soggezione nei confronti del giornalista. Tutto al buon fine della chiusura, fatti salvi moccoli, epiteti, prese per i fondelli e scherzi persino feroci: roba che, comunque andava a finire pure quella nell’anima e sulla pelle dei giornali.

Quando scendeva a chiudere il Candido nella tipografia della Rizzoli, Guareschi si trovava in questa specie di inferno dove il diavolo più gentile urlava cose da far venire i capelli ricci a un calvo. “Però quelli come lui li rispettavamo” ricordava Tancredi Caiani, uno di quelli che fin dalla culla si capiva che avrebbero fatto il proto. “Li rispettavamo perché erano dei nostri. Guareschi non era mica uno che veniva in tipografia a farsi bello. Veniva quando il giornale era in ritardo e nessuno osava farsi vedere. Veniva giù e scriveva a mano tutto quello che serviva per chiudere. Ricordo che una volta non risciva a cominciare un racconto, allora mi guardò in faccia e mi disse di dargli la prima parola. Io ero un ragazzotto di bottega, ma ero già abituato a gridare. Dissi qualche cosa sottovoce, lui lo prese al volo e cominciò a scrivere: un racconto preciso preciso per il buco che c’era in pagina”.

Fu in quella bolgia che vide la luce don Camillo l’antivigilia di Natale del 1946. Come al solito, nonostante i richiami verbali e scritti del povero Rizzoli, Candido era in ritardo con la chiusura. Non c’era più neanche un secondo. Il direttore, sceso tipografia, tolse da Oggi, altro settimanale della casa, un racconto che vi aveva scritto e lo fece comporre in corpo un po’ più grande per il suo. Sarebbe stato quello che Dio avrebbe voluto. La storia cominciava così: “Don Camillo, l’arciprete di Ponteratto, era un gran brav’uomo. Però era uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua, e la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio in cui erano immischiati vecchi possidenti e ragazze…”.

Dio volle che il pubblico di Candido chiedesse subito altre storie con don Camillo e il sindaco comunista Peppone: tante da farne una delle saghe letterarie più famose e amate del Novecento con il nome di Mondo piccolo. Trecentoquarantasei racconti di cui, due anni dopo, nel 1948, sarebbe uscita la prima raccolta in volume.

Guareschi non poteva prevedere il successo che avrebbe avuto la saga di Mondo piccolo. Se avesse pubblicato il racconto su Oggi, probabilmente sarebbe nato e morto lì, un trafiletto su un giornale presto dimenticato. Ma i lettori di Candido erano ben diversi: avevano capito che quel pretone della Bassa era molto di più di un personaggio divertente, che dietro a quei due anni di politica descritti da Guareschi si nascondevano verità ben più profonde e durature e tanti, tanti più lettori di quel che ci si aspettava avevano fame di racconti intrisi di speranza e buon senso.

A volte, si sa, la Provvidenza si serve anche di un ritardo in tipografia.

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